Hm…

Abbracciarsi in mezzo al traffico, e chiudere gli occhi.

Anche se sai che e’ lo sparti-traffico a difenderti dalle auto, sentirle sfrecciare intorno, mentre sei tranquilla fra le braccia di chi sempre ti rende tranquilla, e’ quasi magico.

Il mondo sfreccia intorno

e non ci tocca.

Hm…

 

Pochi istanti soltanto.

Carini.

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Disorganizzazione micidiale

Siete di una disorganizzazione assurda. Non capisco perche’, anche persone che una volta mi parevano un sacco piu’ pratiche, con il tempo si stanno perdendo via come se niente fosse, spostando perennemente impegni che ci vorrebbero poche ore per portare a termine, dimenticandosi di cose semplici, vagheggiando la vita via incapaci di capire quando e’ il momento di rilassarsi facendo stronzate, e quando no.

Se mi guardo intorno, pare che se dovessi domandare cosa sia un calendario mi verrebbe risposto “La foto che scegli per fare arredamento” oppure “quella cosa che si compra a Dicembre coi cioccolatini”. Se chiedo cosa sia un’agenda poi, figurati. “Quella figura immateriale che si dice che si controlla quando si vuole fare gli impegnati”.

Siamo nell’epoca in cui dovrebbe potersi pure gestire tutto comodamente da cellulare, ma quante volte mi sento dire “ah si metto la sveglietta” e ciao, alla fine la sveglietta non si fa che ignorarla, o ci si dimentica di metterla direttamente?

Mi rendo conto che e’ diventato difficile anche solo dire un giorno, un’orario, e rispettarli possibilmente. Non dimenticarsene, non cambiare i programmi a cazzo, se mai se si scoprono cose dopo ADATTARE in maniera da poter comunque svolgere l’impegno preso, non dire un orario e arrivare ore dopo, avere in generale rispetto per il tempo altrui, perche’ il tempo, anche se molti scelgono di buttarlo via giocando sempre-allo-stesso-videogioco, ascoltando sempre-la-stessa-musica oppure guardando cosa fa Fedez della sua vita, in teoria e’ la cosa piu’ preziosa che abbiamo, e quando si inizia ad avere tanti impegni seri, inderogabili e dai quali dipende il nostro benessere, questa cosa diventa fottutamente seria.

Eppure… ancora piu’ difficile pare pianificare le cose con un certo anticipo. Devi fare un viaggio? Tutte le date all’ultimo. Devi incontrarti con qualcuno? “Ti so dire fra oggi e L’INFINITO quando SO quando FORSE posso passare”. E ovviamente poi li senti il giorno stesso che ti dicono cose sull’onda di “posso passare ora?”.

Non so se dare colpa al fatto che si e’ genericamente piu’ distratti. Non ai cellulari, perche’ non si da mai colpa a un mezzo per il modo in cui viene utilizzato, e noto comunque che anche i bambini sono un po’ nel mondo del non si sa dove, non sanno neanche piu’ fare una cosa SEMPLICE come copiare dei compiti alla lavagna, o segnarseli sul diario, senza sbagliare e senza doversi consultare fra di loro come un branco di deficienti perche’ non sono sicuri di quello che hanno scritto. Mai.

Si fa proprio fatica a prestare attenzione, attribuire importanza (e di conseguenza priorita’) alle cose.

E altrettanta fatica si fa a segnarsi giu’ le cose che servono, sempre tempestivamente, per portare a termine con successo ogni impegno. Indirizzi, informazioni, prezzi, mappe…

Cosa e’ successo mentre dormivo? Quando, e  soprattutto COME si e’ stortato tutto cosi’?

Il lavoro della segretaria, se andiamo avanti cosi’, diventera’ quello piu’ importante di tutti! Tutti avranno bisogno di una segretaria, che fara’ un po’ da mamma ausiliare, e non potra’ farlo Google perche’ bisogna aver la testa di CAPIRE e VEDERE quando la persona NON si sta segnando quello che gli serve ricordare.

Ma e’ mai possibile essere cosi’ assenti al proprio presente?

Magari i genitori della nostra generazione e di quella subito precedente sono proprio pessimi ad insegnare, sono un disastro micidiale.

Non me la spiego se no.

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Dolcezza, pace e meraviglia

Se in questo periodo strano, ansiotico, un po’ preoccupante c’e’ comunque qualche finestra lucente di dolcezza, pace e meraviglia, questo lo devo soprattutto alla persona con cui sto.

Persona che e’ dotata di un certo cinismo, e di una certa cupezza, ma il cui affetto e’ una fonte importantissima di sollievo.

Anche solo parlare un po’, e notare la sua reazione e la sua opinione rispetto alle cose, e’ qualcosa che mi fa sentire molto meno aliena. Anche dove siamo diversi, tutto fila, e niente mi sembra campato per aria, come di solito mi sembra, in maniera da restare circa cosi’…

Jackie-Chan-WTF

… per ogni cosa che mi viene detta, ogni comportamento che noto.

Jackie Chan e’ sempre dietro l’angolo comunque, non esiste esattamente una persona che non mi lasci cosi’, e certe rughe sulla mia fronte lo dimostrano ampiamente. Credo sia anche una cosa normale, tutti ragioniamo in maniera diversa, e pertanto altri processi mentali, altri schemi su cui vengono costruiti abitudini e convinzioni, portano a questo inevitabile output quando vengono analizzati.

Diciamo che con lui succede di meno.

Sono abbastanza grata di questa sensazione, vorrei mi restasse addosso per piu’ tempo di un paio di giorni. Ma forse il momento non e’ ideale.

 

 

 

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Aspettativa

Quello che mi rovina maggiormente le giornate credo che sia l’aspettativa. Penso sia la cosa che rovina maggiormente le giornate a tutti quanti. Ma non tanto l’aspettativa sottoforma di “mi aspetto che tu sia questo e che succeda questo”, quanto il semplice entusiasmo rispetto a qualcosa che presumibilmente sta per accadere.

Se mi guardo indietro, tutte le volte che sono arrivata a sentirmi cosi’ male da piangere, o da restare a fissare il vuoto nel letto tutta la cazzo di mattina, e’ stato perche’ non vedevo l’ora che succedesse qualcosa, anche di semplice o stupido, come incontrare qualcuno, mi organizzavo perche’ questo fosse possibile agevolmente, mi facevo piccoli piani tipo “magari poi facciamo questo e quello”, e poi, niente.

Non sono neanche delusa quando succede, il sentimento di delusione ha una punta che colpevolizza in qualche modo l’esterno, anche se non dovrebbe. Sono solo triste, enormemente triste. Cosi’ triste che non ho neanche voglia di reagire alla mia tristezza, e invece di cercare di recuperare in qualche modo i giorni che avevo programmato diversamente, ho la tendenza a volerli eliminare via.

Nonostante dall’esterno sembri sempre cosi’ glaciale e distaccata, io adoro esserci per le persone a cui voglio bene, e adoro che loro ci siano, nella mia vita, specialmente fisicamente.

Se posso esserci quando qualcosa non va, per mostrare un po’ di bene, un po’ di divertimento, un po’ di relax, un po’ di sfogo, un po’ di luce, non perdo l’occasione se mi viene presentata, e la cosa mi rende veramente molto felice. Detesto e prendo enormemente sul personale sentirmi fuori posto o trascurata anche per questo, perche’ fosse per me, nel limite del possibile, non trascurerei mai.

Poi sono pigra, e ho un carattere di merda, non vado attivamente a cercare tutti in tutto l’universo e chiedere “oh, stai bene?” ogni giorno di ogni cazzo di anno al mondo, questo non lo faccio. Ma questo non elimina l’autentica forma di allegria che anche solo pensare a cosa preparare per qualcuno mi mette. Figuriamoci fare qualcosa che aiuti effettivamente, o che costruisca cose. Una cosa semplice come “E’ successo questo, parliamone a cena” e’ una grandissima figata, anche se magari la cosa che e’ successa non e’ molto gioiosa.

Questo pero’, in caso di pacchi, imprevisti, litigate, o cose un po’ piu’ gravi, mi mette veramente ko. Anche volessi riorganizzare al volo qualche cosa per tappare questa sensazione, mi viene enormemente difficile perche’ naturalmente, come d’altra parte me, le persone hanno una vita, e io ne conosco e frequento comunque, volontariamente, poche. Ma non mi viene neanche l’istinto di farlo, mi sento solo molto scoglionata e depressa, cosi’ fortemente svogliata che anche l’idea di fare qualcosa di semplice come un disegno e’ un’impresa titanica.

Quando poi sono cose piu’ grandi ad andare enormemente storte, figuriamoci. E’ una bomba atomica sulla mia vita, peggiorata dal fatto che l’istinto non e’ di apertura e di ricostruzione, ma di eliminazione e chiusura. Fast forward finche’ questa merda non finisce. E non finisce, perche’, come d’altra parte abbiamo imparato tutti, mi auguro, sin da bambini, le cose non si risolvono da sole magicamente.

Oggi e domani potevano essere giornate diverse. Non sono esattamente delusa. Pero’, sono un po’ triste.

Sono sempre un po’ triste quando potevano essere giornate diverse.

In realta’ tutto questo anno poteva, e avrebbe dovuto essere diverso. E per questo, a dire il vero, sono un po’ delusa.

Ma che ci si puo’ fare? Vorrei poterci fare qualcosa. Quando sai che puoi farci qualcosa, e non lo stai facendo, almeno c’e’ sempre la speranza che un giorno tu ti alzi e quel qualcosa, cazzo, decidi di farlo.

Quando ti senti impotente davanti alle cose perche’ provi, provi, cerchi di fare damage control, e non sembra risolversi ne evitarsi comunque un cazzo, invece, quella si che e’ merda. Perche’ magari non puoi colpevolizzarti, pero’ non puoi nemmeno risolvere.

O meglio, non come vorresti. Di certo non sono qui a fare la carita’ comunque.

Sono in cerca di un po’ di soddisfazioni, e non lo so, se devo fare un confronto fra le soddisfazioni e le tristezze, in questi 35 anni, il bilancio fa proprio cagare, e non mi sembra stia migliorando granche’.

Risolvo giusto cose che non mi danno nessuna soddisfazione. A parte quando mi viene riconosciuto che faccio un buon lavoro, quello e’ sempre una cosa bella, non e’ per niente da dare per scontato.

Vorrei guardarmi intorno e non vedere trappoloni depressivi, funerali, ospedali, acidita’, tristezza, preoccupazione, senso di impotenza, eppure sembra una grande barca sulla quale stiamo affondando tutti.

Anche questo, non solo questo, e’ vita, sicuramente. Se qualcosa mi genera tristezza, e’ principalmente perche’ a me piacciono i momenti felici e carini, quindi, sicuramente questa luce c’e’, da qualche parte.

Potrebbe smettere di sfuggirmi? Perche’ io sono stata un sacco di tempo nello schifo, e a differenza di quanto comunemente si pensi, non sono stata ferma a tenermelo addosso, ho brigato, detto, fatto, urlato, per togliermelo di torno. Non mi piace stare immersa nello schifo.

Vorrei un po’ di tranquillita’, non quella tranquillita’ che sa di stasi e morte, ma almeno, quella che sa di sorrisi.

 

 

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Al baretto carino da pochi euro e tanto sapore

La volete sapere la verita’? Non mi ha mai acchiappata.

Quella che per molti e’ “la vita”, specialmente “la bella vita”, per me non ha nessun valore. E’ il bello di essere diversi, suppongo, e’ il mio sguardo fisso di fronte alla malattia.

Sicuramente sono malata di tante altre cose pure io, con questo pensiero da vecchia babbiona cinica e tagliente alla Schopenhauer, con questo incanto infantile negli occhi perennemente pestato dalle brutture della vita.

Eppure non mi ha mai presa. La voglia di far sapere che sono in vacanza. Il viaggio come esperienza “di status”. La frequentazione dei posti “in” contro ogni logica possibile. Le cose di marca. La preoccupazione per una presunta reputazione. Il “gusto”, come concetto imbrigliabile in dei confini predefiniti. Il drink in piedi davanti al locale. Il drink da 7 euro, che ci prendi due bottiglie al supermercato.

Uscire per poter dire che si esce. Amici che ti fanno da piazza. Luci di scena su ogni piccola capacita’, in cerca di un applauso, in cerca di non si sa bene cosa.

La corsa alla bellezza canonica del momento, il pettegolezzo acido delle persone grette, l’osservazione usata soltanto come arma, e non anche come forma di ricerca. Una danza a creare una bambola, ed un teatro, con delle regole che ci piacciono o che abbiamo assorbito senza pensarci, con dei colori a seconda della stagione, di “cio’ che va adesso”.

Amo la conversazione tranquilla al baretto, cappuccino e una brioche alla mattina, rigorosamente integrale, ma che buona, e che prezzi onesti! Non amo la musica alta, il bisogno del selfie, la corsa a dimostrarsi sessualmente attivi ed appetibili in ogni occasione. Parlami di te, di quello che sei, non di quello che vorresti che io pensassi che tu fossi, e’ cosi’ intricato, e’ cosi’ senza senso.

Quante ansie, quante ansie quanteansie q u a n t e  a n s i e, calmi, ragionare, non succede nulla, garantisco.

A sedersi e dirsela giusta ogni tanto, davanti a una bevanda, nel silenzio intimo di quel baretto carino, o anche di quello fetido con la lattina e il rutto libero.

Non succede nulla, non cade il mondo, non c’e’ bisogno, non c’e’ bisogno di tenere sempre su il teatro dell’ioioio.

Se solo quei momenti iniziassero a diventare di piu’, si capirebbe che in fondo, a differenza di come si sono impegnati ad insegnare, e far sussistere, non c’e’ mai stato bisogno di tenere su il teatro dell’ioioio.

Stiamo correndo, come dei ratti impazziti, per niente. Per uno schema volto ad arricchire pochi, e far morire gli altri di esaurimenti nervosi.

Perche’ non sarete mai abbastanza chic, abbastanza belli, abbastanza ricchi, abbastanza pieni di cose, abbastanza in vista, abbastanza riconosciuti, abbastanza tutto. Il senso di questa macchina e’ creare un’esigenza, non una soddisfazione.

Pero’, prendiamoci un cappuccino una mattina. Non tutta la vita, una mattina, togliamoci di dosso tutto questo. Al baretto carino, non in un posto chic. Poi, la maschera, si puo’ sempre rimettere su.

Io ho deciso di non farlo, per me se deve esserci un teatro, almeno le sue regole e i suoi personaggi devono essere coerenti con quello che sono, ma sono la prima a vedere che causa difficolta’.

Quando sono tutti in un labirinto a darsi una mano a sopravviverci dentro, se sei il solo o uno dei pochi ad uscirne, c’e’ il problema che solo resti, fuori dal contesto.

Il contesto e’ una cosa importante. Ma sapere la differenza dell’io che dobbiamo essere rispetto all’io che siamo, e’ altrettanto importante. Perche’ certe maschere a furia di indossarle non si levano piu’.

Ma sbaglia chi dice che in quel caso diventiamo noi. Eh, troppo rassicurante.

Resta una maschera, e la pelle sotto non respira. Prima o poi marcisce.

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(Dis)organizzarsi

Io non la capisco, la disorganizzazione. E’ uno dei mali di questo tempo, la si trova dappertutto, come se eventi di cui si sapeva con largo anticipo capitassero come fulmini in testa alle persone. Non capisco, faccio DAVVERO fatica a concepire come si possa essere sempre cosi’ tanto assenti alla propria esistenza da arrivare a non sapersela gestire.

La disorganizzazione non e’ una cosa che ti capita geneticamente, molto spesso sento dire scemenze tipo “eh lo sai che e’ disorganizzato”, come per dire, povero diavolo, e’ ritardato, porta pazienza… ma non funziona mica cosi’! Non e’ l’ingenua incapacita’ di sviluppare un senso di priorita’ a seconda di quello che si vede che SERVE abbia priorita’,  e di seguire e sviluppare un piano almeno settimana per settimana. Disorganizzazione e’ lo SCEGLIERE DELIBERATAMENTE di non farlo, di vagheggiare nell’intero corso della propria esistenza nella speranza che cio’ che va risolto e gestito si risolva e gestisca magicamente da se.

Cosa porta a questa cosa? Parenti che fanno il ruolo della fatina magica degli impegni autogestiti? Questa patina di perenne distrazione e fuga da qualsivoglia cosa richieda delle responsabilita’, perche’ lascia quel fastidioso morsetto allo stomaco, anche solo la parola?

Siamo tutti dei piccoli punk di 12 anni. Esiste qualcosa di cui mi DEVO occupare? Fuck the police!!! Vi faro’ vedere io, che si puo’ benissimo non occuparsi di un cazzo!

E poi si finisce sotto psicofarmaci a piangere davanti allo specchio a 40 anni, o a pulire il piscio del proprio cane in giro per casa, o a prendere colpi di porta in faccia da ogni situazione perche’ la si raggiunge ampiamente impreparati, perche’ le priorita’ sono sballate, perche’ l’importanza e’ data a cose che rassicurano, non cose che ne hanno, e l’ascolto viene prestato a cio’ che ci da una pacca sulla spalla, non cio’ che ci evidenzia un problema.

Il problema sta bene li’, nell’angolino, male che vada se cresce gli cerchiamo un angolino piu’ largo dove stare.

Cosa ci vuole a prendere un calendario su cui segnare cosa deve succedere a breve e a che ora (in maniera da essere anche PORTATI a pianificare), mettersi delle svegliette per aiutarsi ad incentivarsi su cio’ che si tende a trascurare, farsi, mentalmente o meno, un elenco delle cose che bisogna sapere e bisogna portare in ogni situazione.

Devo andare a un evento, l’indirizzo lo so? Non aspetto l’ultimo minuto a cercarlo, segnamoci l’indirizzo. Mettiamo in carica il cellulare prima di andarci, e facciamo il check “Ho tutto?” davanti alla porta prima di uscire. E’ necessario vestirsi in un certo modo per quell’evento, ho gia’ i vestiti pronti? Non aspetto l’ultimo minuto a verificarlo e preparare.

Io sono una procrastinatrice per eccellenza. O per meglio dire, la sono stata. Alle elementari, le mie insegnanti ridevano dicendo che un giorno a quello che sarebbe stato il mio compagno, avrei regalato la fantastica scena di me sul divano che fisso il soffitto, e tutto quello che devo fare “lo faccio dopo”, fino all’ultimo secondo utile.

Faceva ridere pensarci, ma con il tempo ho iniziato a capire che quando si calcola l’ultimo secondo utile, bisogna mettere in conto anche eventuali problemi. E bisogna mettere in conto il fatto che molto spesso l’ultimo secondo utile e’ l’ultimo per una SERIE di cose da gestire, non una sola. Allora se aspetti lunedi’ mattina per ripassare per il compitino, va anche bene. Sei picio, ma va bene, ce la fai di sicuro, prima puoi fare il cazzo che ti pare. Se lo aspetti per fare tutto, c’e’ un chiaro problema di tempo e di organizzazione pratica. A quel punto l’ultimo secondo utile e’ stato calcolato in maniera fallace.

Imparando a sentire un po’ meglio l’effettivo peso di cio’ che va gestito, la mia tendenza a procrastinare si e’ molto affievolita, e ha fatto spazio a un piu’ sano “Questa roba e’ meglio levarsela subito dalle palle cosi’ non me la ritrovo dopo”. Perche’ la consapevolezza che se qualcosa sparisce dalla mente, non sparisce comunque dal mondo pratico, e’ una cosa importante da sviluppare.

Non fraintendiamoci, cerco sempre l’ultimo secondo utile. Ho soltanto imparato a calcolarlo con maggiore efficacia, rimuovendo i problemini da niente in tempo prima che si unissero fra di loro diventando un invalicabile gigamostro nero.

“Non ho tempo” e “Sono stanco”, a braccetto salterellando come giustificazioni di tutto quanto, sono delle scuse che cercano disperatamente di nascondere sotto abbondanti strati di trucco, la verita’ che, quando si tratta di fare qualcosa, in assenza di invalidanti problemi di salute, spesso il problema e’ invece “non ho voglia”, ma siamo abituati a camuffare questo fulcro di tutti i guai agli altri e a noi stessi, perche’ dire le prime due cose ci consente di svangarcela con genitori ed insegnanti, mentre la terza chiama schiaffi.

Eppure, chissa’ come mai, c’e’ sempre un angolo e sempre un carico di energie sufficienti a fare quel che interessa a noi. E sempre quel che interessa a noi, non viene mai dimenticato.

E allora se abbiamo energie da dedicare, non nascondiamoci dietro a un dito, e’ importante non farlo soprattutto verso noi stessi. Perche’ se c’e’ una voce che dice dentro di noi che “non ho voglia” non e’ una ragione sufficiente, forse questa andrebbe ascoltata invece che ingannata con dei trucchi da due soldi. Anche se fino a quel momento ci si e’ occupati di cose che non si aveva voglia di fare.

“Non ho voglia”, non e’ importante. E’ una cosa a cui non va lasciata corda, perche’ gestirsi la cosa subito si tratta di fare altro che togliere dalla strada ALTRI problemi piu’ grossi da gestire in un immediato futuro, che si avra’ sicuramente molta MENO voglia di gestire. Perche’ attendere? Non ha senso.

Ho visto gente che sgobba 18 ore al giorno e ne dorme 4 soltanto gestirsi i suoi hobby e le sue incombenze in maniera impeccabile. Ho visto gente far finta di sgobbare 18 ore al giorno e lamentarsene senza sosta, rifiutando l’idea di avere anche una serie di doveri satellite, non per rendere conto a chissa’ chi, ma per tirare avanti la propria vita decentemente.

Che cosa si e’ stortato nell’insegnare questo concetto? Forse prima c’era la leva obbligatoria? Dove e’ venuto meno l’insegnamento di questi concetti cardine? Perche’ vagheggiano tutti sbattendo contro i pali?

Perche’?

Perche’ mi ritrovo a scrivere sempre le stesse cose, perche’ davanti a me succedono fatti che mi portano a pensare sempre le stesse cose?

Perche’ non posso scrivere una riflessione sul pelo fluffoloso di un animaletto, invece che sui piccioni che sbattono contro i vetri?

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Piu’ breve del concetto di infinito

Il fatto che di qualcosa si possa prevedere una possibile fine, non la rende meno importante. La rende piu’ importante. Prima che il tempo scada, prima che gli anni passino, prima che l’entusiasmo scenda, prima che l’abitudine rovini, prima che…

Consapevoli che non c’e’ un tempo cosi’ tanto indeterminato davanti a noi, si sta meno seduti, sugli allori, sui problemi, sul dare per scontato l’altro. No, non sara’ sempre li’, quindi finche’ c’e’, siamo tutto cio’ che possiamo essere, tutto, non risparmiamo nulla.

Perche’ un giorno non ci sara’ piu’.

E quel giorno non e’ che “tanto e’ lontano e non e’ detto che ci sia”.

Non siamo mica infiniti, noi.

Ma proprio per questo, ci mettiamo dell’impegno. Nei limiti dei nostri tempi, dei nostri caratteri, della nostra liberta’.

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