La “Fase 2” di questa assurda scoperta

Mancano pochi giorni, ancora una verifica che vada tutto come deve, e passero’ ad annunciare pubblicamente cosa sta succedendo di assolutamente assurdo nella mia vita ultimamente. Non l’ho esattamente tenuto nascosto, chi ha avuto l’ardire di chiedermi della mia salute, o di stare molto attento a qualche mio messaggio qua e la’, in un modo o nell’altro l’ha scoperto gia’. E’ un po’ il segreto di Pulcinella.

Pero’ sono stata stra-frenata e zitta zitta sulla questione in generale rispetto a come lo sono state molte altre amicizie, anche perche’ e’ tutto traballante, e tutto molto intimo a mio avviso.

Di fronte alle grandi sfide che mi presenta la mia vita, quella che mi preoccupa di piu’ oltre a riuscire a finire tutte le fasi della preparazione, e’ sicuramente come fare in modo che il mio compagno si adatti al meglio ai cambiamenti da padellata in faccia che gli stanno accadendo sotto ogni punto di vista. Lui sembra non capire fino a che punto questa cosa mi prema, e’ fondamentale che questa transizione lui la viva il meglio possibile, senza privarsi troppo dei suoi spazi, delle sue abitudini e del suo vissuto. E’ davvero fondamentale.

Mi rendo conto che non sia una cosa che si puo’ prentendere dalla sera alla mattina, ma un bilanciamento sano e ponderato e’ qualcosa per cui vale la pena di lavorare. Sto facendo del mio meglio per farlo sentire a suo agio da me, e nella situazione in generale, ma mi rendo conto che l’abissale differenza dei nostri stili di vita lo renda comunque ostico.

Non me lo fa pesare, assolutamente. Si sfoga, ma senza l’intenzione di darmi colpe o pensieri, anzi. Pero’ non posso non pensare al suo benessere, nel limite del possibile, in fondo si tratta di una persona molto preziosa per me, che in un modo o nell’altro ho riempito di difficolta’ all’improvviso.

Non era la mia intenzione, anzi. Io sono di coccio, e sarei andata avanti anche da sola, senza portargli neanche una virgola di rancore. Sono solita ascoltare, ma comunque restare molto granitica nelle mie decisioni e nel mio dettare i patti, non gli avrei mai dato responsabilita’ che intendo considerare soltanto mie. Ma sono felice comunque che sia qui con me, vorrei che un minimo riuscisse a viverlo senza un eccesso di disagio.

Di solito davanti alla situazione che stiamo per affrontare si considera l’uomo come quello che deve essere supportivo, pagare il dazio, restare a tutti i costi e non osare fiatare. Io invece tendo a considerare la situazione come qualcosa di piovuto dal cielo improvvisamente come un gigantesco pianoforte in testa ad entrambi. Due persone e un grosso casino, che devono vedere un attimo come riescono a prenderla, a gestirla.

Quando pianifichi e poi ti ritrovi nel panico e scappi sei un coglione. Non e’ che ci sono attenuanti. Quando nulla era nei piani, e intendo proprio nulla, e’ una situazione completamente diversa.

Staremo a vedere, non so nemmeno io come sentirmi rispetto a questa cosa, e mi sembra sempre di prenderla molto tipo maaaa si vabbe’ rispetto a persone che conoscevo nella stessa situazione. Non e’ certo la prima volta che mi domando perche’ io non sono cosi’ romantica, entusiasta ed emotiva davanti alle cose.

Forse sono un po’ troppo danneggiata, non mi ricordo cosi’ da bambina.

Non ho mai avuto paura dei numerosi guanti di “sfida” (e di sfiGa) che mi lanciava la vita, tuttavia ho sempre avuto paura che chi mi accompagna, in un ruolo o nell’altro, non avesse la mia forza d’animo davanti alle cose.

Ho avuto dei signori momenti di crisi per colpa di cose correlate a questa, ed ora che sono qui, sono tranquilla come se non stesse succedendo tutto sto granche’.

Non e’ mica tanto normale.

Mi chiedo in cosa si tradurra’ tutto questo mio assurdo carattere una volta che le cose si faranno seriamente da gestire…

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I sogni con quelle scale che non finiscono mai.

Per qualche motivo, anche prima di mettermi a studiare l’interpretazione dei sogni, quando facevo sogni in cui salivo le scale, e non finivano mai, poi stufa scendevo, e non finivano mai nemmeno in discesa, sapevo di aver avuto un sogno molto comune, specialmente per le persone in fase di crescita.

Era un mio incubo ricorrente nel periodo che andava dai 9 ai 15 anni. Poi in qualche modo ha smesso di manifestarsi.

La mia percezione delle cose mi ha sempre suggerito che le scale fossero un simbolo che mettono ansia a molte persone, e crescendo e confrontandomi, ho capito che e’ realmente cosi’.

Il significato generico di scala infinita e’ il proprio rapporto con i propri obiettivi (verso l’alto) e con il proprio io piu’ autentico, piu’ profondo (verso il basso), mentre lo spazio in mezzo alla rampa, laddove presente, puo’ rappresentare una scorciatoia per arrivare in basso quando non ci si riesce, oppure una paura di fallire, dipende un po’ da come lo si percepisce, lo si considera. Avere qualche problema con queste dimensioni del se’ non e’ per niente una cosa rara, direi che e’ addirittura normale.

La cosa che differenzia questi sogni gli uni dagli altri sono le dimensioni, le forme, i materiali, i dettagli di queste scale. Se volete sapere nello specifico come il vostro subconscio vi sta suggerendo che vi sentiate, cercate sempre di ricordare i dettagli, tutti.

Io per esempio ricordo che le scale che sognavo erano quasi sempre o molto vecchie, tipo palazzo di vecchia Milano, o qualcosa di assolutamente lussuosissimo, di marmo, con ampi pianerottoli in mezzo con tante porte, tutto pulito, tutto chiuso, tutto senza targhette identificative, senza campanelli, talvolta senza maniglie, ostile, come mille agi appartenenti a chissa’ quante persone attorno a me, ma a preclusi a prescindere.

Partivo da un posto che era casa mia o casa dei miei nonni, o comunque familiare, facevo per muovermi in un senso e in un altro, e svaniva tutto. Non solo non arrivavo da nessuna parte, ma non ritrovavo MAI il punto di partenza. Mai, in nessun caso, le rampe di scale erano non protette. c’era sempre un corrimano saldo, e sempre una barriera che impediva di cadere giu’, il tutto in stile con la scala di turno, nella vecchia milano era di legno e ferraglia, nel palazzo di marmo era proprio una bella recinzione in marmo con tanto di “sbarre” a mo di pilastri cicciotti.

Non e’ che desiderassi particolarmente proseguire in una direzione piuttosto che in un’altra, lo spirito con cui affrontavo questa cosa era panico, stanchezza, e desiderio di smettere di salire e scendere come una forsennata, che si faceva, man mano che il sogno andava avanti, i pianerottoli erano ostili, e non c’era termine ne’ via di uscita ne’ da un lato ne’ dall’altro, sempre piu’ disperato.

Ogni tanto mi sedevo su qualche gradino e piangevo. Attorno a me, quando la scala era di marmo, era tutto bellissimo e sontuoso, perfettamente ordinato, le piastrelle perfette, tutto senza neanche un grano di polvere. E tutto molto inospitale, freddo. Nelle scale della vecchia Milano, al contrario, sapeva tutto di polvere come se non ci passasse nessuno da una vita. Polvere e ferro vecchio, con punte di ruggine. Al contrario della scala tutta pulita, questo sembrava quasi un edificio abbandonato, o quantomeno trascurato parecchio. Talvolta in mezzo c’era un’ascensore, ma naturalmente non era in funzione, non era in vista, e non c’era piano dove prenderlo. Nelle scale di marmo non c’era mai.

Il fatto che ci fosse anche l’ascensore (il controllo delle proprie emozioni) in questa ansia e’ abbastanza simbolico. Una variante di questi sogni in cui si sale o scende in maniera inconcludente in effetti prevede viaggi in ascensori che non arrivano da nessuna parte, si bloccano qua e la’ mal funzionando, e poi quando ripartono finiscono da tutt’altra parte, in alto in basso, a volte pure lateralmente, ma non c’e’ verso di scendere in un posto conosciuto, o di scendere proprio. Rappresenta delle emozioni fuori controllo, una spiccata instabilita’ emotiva. In questi casi, pero’, a differenza che con le scale, in genere qualche modo riuscivo a “domare” il mezzo, e raggiungere un posto da cui potessi arrivare dove volevo. Con fatica, facendo altre strade, ma si.

Invece se penso alle scale, non ricordo neanche una singola volta in cui sia arrivata in nessuna forma di destinazione prima che finisse il sogno. Molte volte guardavo il buco in mezzo alle scale ponderando di buttarmici, ma non lo facevo quasi in nessun sogno, perche’ pensavo che mi sarebbe servito a poco arrivare sul fondo morta, posto ci fosse stato un fondo, e che non avrei avuto modo di arrestare la caduta se non fosse stato cosi’.

Quelle poche volte che, piuttosto di terminare il supplizio, scavalcavo la recinzione e mi buttavo, mi svegliavo di botto, non facevo neanche in tempo a cadere.

Ripensandoci a posteriori il dettaglio dei pianerottoli e dello stato delle scale era forse piu’ inquietante del fatto stesso che le scale non finissero, a livello di significati.

E voi? Ci avete mai fatto caso ai dettagli delle vostre scale infinite?

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Non chiamarti fallito, e non lasciarli giudicare.

Non chiamarti fallito, e non lasciarli giudicare, quando vengono a dire che hai la testa nascosta dentro il culo, quando siccome non fai un percorso percepito come obbligato, che tu debba o no, vieni visto male.

D’altra parte sarebbe inaccurato, per fallire una persona deve provare, non fermarsi e stabilirlo prima.

Non lasciargli attribuire un valore alla tua vita, alle tue esperienze, tira dritto e segui quello che ti sembra importante, e se non sembra importante niente… non seguire niente.

Non importa quanto impreparato tu ti possa sentire rispetto a quello che man mano la vita iniziera’ a presentarti come una prova cruciale da affrontare. Siamo tutti impreparati, e questa voglia di mettere in fila il giusto e lo sbagliato viene proprio dal terrore di non saper fare di meglio.

Tutti abbiamo una teoria su come affronteremmo le cose nei panni degli altri. Ma tutti saremmo egualmente poco preparati alle assurdita’ che la vita riesce a tirarci addosso, magari preparati ad alcune cose, ma spiazzati comunque davanti a quelle che ci capitano come una beffa, e succede a tutti prima o poi.

Il punto e’, se pensiamo sin da subito che non sappiamo fronteggiare le cose, che non possiamo che tanto non durano, che tanto pensavamo di fare diversamente (e poi sistematicamente non facciamo invece nulla) bla bla bla, non facciamo che costruire una scusa per non guardarle in faccia e gestirle.

Per quanto tutto sia invariabilmente faticoso e certe volte seccante, nulla e’ insormontabile, specialmente per una persona intelligente.

Guai a te se ti chiami ancora fallito prima di aver fallito realmente.

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Il mostro di muratura della scarsa indulgenza per se stessi

Sono in una situazione che, per via del suo essere traballante a causa dei miei noti problemi di salute, non ho voglia di spammare molto. Diciamo che e’ una situazione un po’ complicata da gestire a livello emotivo, cosi’ tanto che sto facendo fatica a rendermene conto realmente.

E’ una di quelle cose che ti fa riflettere rispetto a tante strade che si possono prendere (come anche nessuna NdK), e come si potrebbero affrontare le varie situazioni realisticamente, con le pecche di carattere, di instabilita’ economica, e la serie di casini senza senso che da sempre mi rincorre e non pare aver deciso di smettere.

Durante queste riflessioni mi sono resa per l’ennesima volta conto di una cosa. Oltre alla mia scarsa pazienza, che poi e’ anche piuttosto situazionale, e il mio essere dura, tipo macigno come carattere, senz’altro una delle cose che mi danneggiano di piu’ e che meno sarebbe adatta a diversi sviluppi della situazione e’ il mio non accettare i miei limiti.

E’ come se a un certo punto della mia vita qualcosa abbia fatto crescere l’idea nella mia testa che io DEVO cavarmela DA SOLA in TUTTE le situazioni, altrimenti sono una specie di fallita o di persona non adulta.

Badiamo, mi rendo conto a livello logico che questo non e’ possibile. Vuoi per la sfiga che mi ha sempre resa un bel po’ piu’ incasinata del solito, vuoi perche’ tutto sommato per quanto forte, integra e testarda io possa essere, sono un essere umano, non sono infallibile, e non mi e’ possibile gestire sempre tutti i limoni che mi tira la mia ridicola esistenza addosso in autonomia.

E questa cosa mi disturba tantissimo.

Non so neanche iniziare a descrivere quanto mi disturbi, e quanto il fatto che io mi comporti come se nessuno mi dovesse mai nessun aiuto, senza saper chiedere, senza saper parlare delle mie debolezze, mi danneggi.

La cosa assurda e’ che sono sempre stata circondata da persone ottime. Avessi anche solo fiatato in moltissimi casi sarei stata capita, sarei stata assistita, in tutti i modi possibili, da tutti. Ho attorno persone strane e certe volte un po’ assenti, ma veramente ottime sotto questo punto di vista. Molte volte e’ capitato, dopotutto.

Ricordo le lamentele fatte con mia madre, per il fatto che io cerco sempre di assistere tutti, ma chi assiste me nei momenti di difficolta’? Nessuno. Beh certo, nessuno, d’altra parte i miei momenti di difficolta’ non hanno la palla di cristallo per vederli. E anche se in certi casi sono evidenti, non sempre ci possono fare molto quando sono io a buttarmici contro straconvinta di poter trovare un cavillo, un trucco, anche a mie spese, per scardinarli contro ogni aspettativa.

Qui il problema sono io. Senza ombra di dubbio. E’ una cosa che mi ripetono da anni, “non puoi pretendere da te stessa l’onnipotenza, devi capire che certe cose non si sistemano, e non e’ colpa tua se non ci riesci.”

In ogni momento sguardo duro e testa alta, non mi piego, non mi lamento, resto concentrata sul da farsi, resto proiettata verso una soluzione, non un problema. Se vedo assenza di soluzioni, semplicemente ho crisi di rabbia pazzesche, e poi vedo di generarne qualcuna.

Ma tutta questa forza ha bisogno di un po’ di riposo, e sono io a farmelo mancare. Sono io a non sapermi sedere e dire “bene, questa cosa a farla non ce la faccio” senza sentirmi addosso un’aura nera di sconfitta micidiale, senza vederlo come qualcosa da nascondere, o a cui devo comunque trovare una soluzione io.

Attenzione… un carattere di questo genere non e’ del tutto negativo. Permette di reggere e gestire tantissime cose, di prendere decisioni difficili come fosse una passeggiata, di vedere le cose con la freddezza e la durezza del solito materiale di muratura che contraddistingue il mio carattere. Rende molto lucidi, e molto inflessibili dove ce n’e’ bisogno.

Pero’ quando si prospetta un sacco di roba da gestire possibilmente rigorosamente random, fuori dal proprio controllo in maniera quasi ridicola, ecco, probabilmente un carattere come il mio potrebbe crollare, e crollare male, in silenzio, nella solitudine che pensa sia giusto vivere. Reagisco veramente male al non poter gestire le cose a modo mio, le poche volte che e’ successo di recente nella mia vita mi sono sentita non compresa, ostacolata e non rispettata. Ha generato dentro di me una crepa ancora piu’ assurdamente buia. Pero’ non sempre il “modo mio” e’ il modo giusto. Specialmente perche’ in genere non prevede NESSUNO fra le palle, a meno di esigenze proprio stellari, che non c’e’ altro modo in assoluto di risolvere.

Sara’ probabilmente una delle cose piu’ difficili da scardinare, questo mio pretendere di farcela sempre, di farcela a prescindere dal numero di mani tese verso di me, in positivo o in negativo, di farcela accettando delle spinte offerte ma non chiedendo mai niente.

Mai niente. A discapito di quanto io abbia visto che invece funziona chiedere ogni tanto qualcosa, non e’ un delitto, e permette certe volte anche di dimostrare di saperne fare cose grandiose di quella piccola spinta in piu’.

Eppure il mostro di granito resta li’ a farmi sentire una merda se non sto bene e non riesco a fare tutto. Tutto, TUTTO, perche’ stare soli e’ liberta’ ma anche avere sulle proprie spalle TUTTE le responsabilita’ di TUTTA la propria vita. Non e’ che se per un po’ non ti va di scartabellare con i documenti lo fa qualcun altro. Nessuno porta giu’ la spazzatura quando non ti va. Nessuno si ricorda per te le scadenze di tutto. Nessuno ti aiuta a destreggiarti quando gli impegni e i casini si accavallano. Se dimentichi di comprare qualcosa, non ci va nessuno gia’ che e’ fuori. Nessuno spazza il pavimento se non ce la fai tu. E via discorrendo.

E tutto questo deve essere normale. Non e’ “tanto”, e’ “normale”. E per il mio ordine di idee non rischia di diventare “tantissimo”, rischia di diventare “Una grossa quantita’ di rogne in piu’ da gestire.”. Mi rendo perfettamente conto che il fatto che io non intenda infilarci dentro nessuno non sia normale e non sia attuabile.

Questo lato del mio carattere e’ spaventoso, e’ un coltello a doppio taglio di quelli affilati benissimo. Manici non ce ne sono.

E penso sia la cosa piu’ urgente da sistemare, a livello psicologico. Sara’ una bella sfida.

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– Com’e’ andata poi quella volta con Hyde? – Ah non lo so, alla fine non l’ho mai incontrato.

… E sarei tutt’ora incerta su cosa dovrei mai dirgli. Cioe’, esattamente perche’ sentivo la necessita’ di averlo davanti cosi’ tanto da TROVARLO a sensazione in giro per strada in citta’ sconosciute?

Ma partiamo dall’inizio, che non tutti sanno tutta la storia. Premetto, come se chi fa la fatica di leggersi questo blog non lo sapesse, che purtroppo mi dilungo un sacco.

Io non ho il carattere della fangirl. Sono stata vittima di una lunga serie di monomanie musicali perche’ in certi momenti della mia vita un determinato tipo di musica ha preso a comunicarmi qualcosa, e questo ha acceso in me una profonda voglia di comunicare quello stesso qualcosa a chi mi stava attorno, mediante informazioni, foto, musica, quella stessa musica. Pero’ per tutta la mia vita, non ho mai subito la fascinazione che molti subiscono per le persone famose.

Non so come dire, non mi interessano, nel piu’ sincero e profondo dei modi. Se fanno qualcosa che mi colpisce bene, ma non pretendo di conoscerli o di sventolarli in giro come se fossero un pezzo della mia stessa identita’, non ho mai avuto quel quirk, a parte nella mia prima infanzia con i Beatles, quando la loro musica era tutto cio’ che sapeva descrivermi un mondo diverso (piu’ calmo) e motivante (piu’ forte, nonostante in modo “buono”, sognante, da ballata), una bella alchimia con la bambina che ero allora.

Ricordo ancora la voce di McCartney che sembrava dirlo a me: “Blackbird singing in the dead of night… Take these broken wings and learn to fly… all your life… you were only waiting for this moment to arise…” anche se, per il momento, le ali erano rotte e il momento di sorgere non stava arrivando, non si vedeva neanche all’orizzonte.

Passato quel momento, non so come dire, ho “smesso”. Smesso di fare la fangirl in generale, c’erano tante cose di tante persone che mi piacevano, ma tutte incontravano questo mio atteggiamento… “Half-assed” come direbbe in modo dispregiativo un caro amico americano.

Non sono la donna delle grandi passioni, per “agganciarmi” ci vuole del talento, per quanto qualcosa possa piacermi rimango sempre mezza indifferente a tutto, e questo a volte mi dispiace, mi fa star male. E’ come se non riuscissi a sentirmi “qui”. Ad avere un vero legame con le cose, anche se i legami, le energie, i sentimenti, ho il bellissimo e bruttissimo talento di “sentirli”… Sentirli si, ma provarli, sentire un legame con le cose… per me e’ difficile. Tuttavia, una volta che succede e’ un’esplosione abbastanza forte, e disgraziatamente immortale, anche quando mi “allontano” dalle mie passioni resta sempre un filo che mi segue continuando a legarmi ad esse dietro le quinte in qualche modo che, a seconda dei casi, si puo’ definire nostalgico o malato.

Chi mi ha conosciuta fra il 2006 e il 2016 ha visto il momento in cui un cantante giapponese basso e con gli occhietti “cattivi” mi ha effettivamente agganciata. Come spesso fanno i musicisti con chi li ascolta, assolutamente non volontariamente, assolutamente non personalmente.

Vorrei partire con un dettaglio importante: quando mi sono avvicinata alla musica giapponese giudata da un’amica un po’ “particolare”, e ho tastato un po’ il polso di diversi autori famosi sul momento, Hyde non mi ispirava molto. Era il suo viso in certe foto, che mi suscitava uno strano senso di rifiuto, come se fosse un bambino che voleva fare il grosso a tutti i costi, e con un cattivissimo carattere. Ho fatto l’errore inedito di giudicare il libro dalla copertina, ed influenzata da questa impressione, l’ho evitato per lungo tempo. Come se comunque avrebbe avuto un granche’ a che fare con la sua musica… in fondo penso che come sia una persona si “senta” anche in quello che crea, certe persone orribili riescono a creare cose meravigliose solo grazie al poco di buono che c’e’ in loro e che coabita con certi mostri. Non sono neanche stata a scavare granche’, altrimenti avrei capito che l’immediata antipatia di quella singola foto era data dal fatto che era stata grossolanamente manipolata allo scopo di dare impressioni particolari. Mi dispiace, era proprio un grandioso fail. Ma che ne sapevo io.

Poi sempre la mia amica della musica giapponese mi ha fatto vedere il film di Gackt, che era una tamarrata terrificante con grandissime scene di patetismo, ma si sa, e’ un po’ come quando vedi un anime, se non ti aspetti nulla di diverso ti puoi anche divertire a guardare troiate. Una prova ne sono i tanti telefilm koreani che mi faceva vedere Natascia.

Vorrei fare una premessa. Poche settimane prima di vedere quel film, avevo preso ad entrare su Second Life. Avevo fatto un sogno particolare in cui ero una creatura completamente diversa da quella che sono nella realta’, di nome Kei, che lavorava in un negozio di vestiti, e nel sogno vedendomi allo specchio era come se avessi visto, nonostante fosse tutto tranne la mia faccia, la mia faccia per la prima volta. Un “sogno da weeaboo”, come diceva sempre quell’amico americano. Pero’ oh, e’ cosi’. So che in questo articolo suonero’ matta in piu’ punti, pero’ e’ proprio l’impressione che ho avuto, e ho voluto provare a “vivere” questa cosa in un mondo che me lo consentisse. Cosi’ ho creato un avatar che e’ diventato in poco tempo e senza una spiegazione logica qualcosa di grandissimo. E’ stato proprio in quel mondo che ho incontrato l’amica di cui sopra.

Vi lascio immaginare quindi la faccia che ho fatto quando non solo mi sono ritrovata a vedere in movimento la persona che ho sempre evitato, che dava tutt’altra impressione, (non piu’ “bambino che cerca di fare l’edgy perche’ gli girano le palle”, ma una evidente, veramente grossa forza d’animo) ma il suo personaggio si chiamava proprio Kei.

Vorrei specificare una cosa: Il Kei che ho sognato aveva molto piu’ l’aspetto di un’illustrazione antica. Pallido, con gli occhi allungati e il viso gonfio, e dei lunghissimi capelli mossi neri che davano quell’idea di spirito piu’ che di persona. Hyde non gli somigliava granche’, aveva il viso troppo magro e gli occhi troppo “tondi”, pero’ c’e’ stato un periodo della sua carriera musicale (proprio verso l’inizio dell’ascesa al successo) in cui c’era qualche inquietante, sicuramente casuale somiglianza, tipo qui:

Ma proprio perche’ c’era quell’aria da… fantasma. E’ per dire che non e’ stata propriamente la coincidenza con Kei, anche se il “loro” stile negli anni (suo di scena e quello del mio avatar) e’ stato simile in maniera inquietante, a convincermi ad ascoltarlo, ma proprio l’espressivita’ che sono riuscita ad intravedere in quel film tamarrissimo. “Se questo finisce nella sua musica, deve essere davvero buona”, pensavo, e non mi sbagliavo. Ci son pezzi suoi e dei L’Arc che tutt’ora mi risuonano nella testa, uno dei suoi pezzi da solista e’ per sempre rimasto la mia canzone preferita, e ascoltare la sua voce fa venire i brividi.

Venduto! Questa persona bisogna vederla in concerto, mi sono detta. E dopo il primo concerto dei L’Arc, il tipo assurdo di energia che ho sentito uscire da quel corpicino minuscolo sia a livello proprio vocale che di… mi sembra fuffoso parlare di “aura”, ma e’ la parola che riassume il concetto meglio, non e’ semplice carisma, e’ che proprio si puo’ chiaramente “sentire” la sua energia in qualche modo, ha fatto di me un follower veramente molto devoto.

Vorrei spendere due parole su questo tipo di energia. Gli empatici la sentono, non so come dire, magari non la “visualizzano” come me, non la razionalizzano allo stesso modo, ma la sentono chiaramente emanare da ogni corpo, un mix di odore comunicazione non verbale e quella cosa appartenente alle cose senza spiegazioni e senza una giustificazione fisica che in qualche modo aleggia attorno a una persona, e piu’ deciso e volonteroso di farsi sentire, di raggiungere l’esterno e’ il carattere della persona, piu’ chiaramente e da piu’ lontano riesci a percepirlo.

Folle? Forse, ma e’ proprio cosi’. Non e’ un caso se gli artisti, che in genere hanno un forte desiderio di espressione, hanno spesso un’energia molto forte in quel senso. La volonta’ ha una forza misteriosa. E un musicista e’ un artista.

Se la persona generica riesci a sentirla praticamente quando ce l’hai davanti, posso garantire che quest’uomo quando c’e’ ha una forza che ricopre e supera distanze assurde. E’ assolutamente eccezionale in questo senso, e so che sembrano vaneggi finche’ non si ha a che fare anche solo a diversi metri di distanza con tutta quella assurda… potenza. Probabilmente sono stata sfortunata, perche’ a parte quell’uomo non ho mai sentito niente di simile “emanare” da nessun altro. In tutta la mia vita. Eppure certe persone puzzano di marcio da una distanza abbastanza invidiabile, per esempio, tanto che riesco a percepirne le cattive intenzioni quando sono ancora dall’altro pizzo di una lunga strada, eppure ancora niente in confronto.

Un giorno eravamo a Parigi per un concerto dei Vamps, io, Veronica e Riccardo. Era la prima volta che andavo a Parigi, e non avevo assolutamente idea di come fosse il posto anche se mi era stato descritto come “una piazza moderna e fica”. Sin da mezzogiorno, nonostante il concerto sarebbe stato la sera, c’erano gia’ fans in fila fermi ad aspettare davanti alle porte della venue, sotto una scalinata. Noi non volevamo star fermi li’ ore a fare la muffa, cosi’ siamo andati a mangiare, e poi a un certo punto qualcosa mi ha tirata verso una precisa direzione. Cosi’ ho detto “Beh, se e’ Hyde che vogliamo trovare dobbiamo andare di la’. Verso quel ponte.”

Abbiamo attraversato un cimitero e stavamo andando verso la fine del ponte, non so esattamente cosa mi avesse dato questa idea, ma ero sicurissima. A un certo punto, sentiamo una musica arrivare da un palazzo vicino. Non stavano suonando niente di conosciuto, ma ero sicura che fossero proprio loro. Il problema e’ che il palazzo stava ben oltre il ponte con una bella recinzione alta tutta attorno, e anche potendo entrare non avendo il permesso saremmo stati buttati fuori. Cosi’ ci siamo avvicinati il possibile al palazzo, e ci siamo ascoltati a scrocco un po’ di musica.

I miei due accompagnatori erano piuttosto sorpresi e scettici, e cosi’ pure io. Abbiamo girato il palazzo e abbiamo notato delle persone dello staff dei Vamps con delle liste su delle cartellette. Eravamo indubbiamente finiti nel posto giusto. Perche’ qualcosa mi chiamava li’.

Non e’ stata la prima volta che e’ succeso, ed in entrambi i casi ho testimoni che possono confermarlo. Nel secondo caso, diversi anni dopo, la venue era in un piccolo centro commerciale, e sono riuscita a seguire una stradina fuori completamente a sensazione, tipo “di qua, di sicuro!” che portava verso il camion degli strumenti della band. Pero’… la strada era bloccata da una serie di transenne e anche in quel caso non mi sono potuta avvicinare di piu’.

Quello che mi domando ricordando tutte queste cose e’ questo: Ma se fossi riuscita a raggiungere quell’energia che trovavo tipo GPS, che gli avrei mai detto? Per un po’, finche’ ancora la frequentava, ho cercato di tappare questo buco frequentando la chat del suo sito, ma naturalmente nulla di che e’ mai venuto fuori tranne discorsi sul cibo, e non c’era modo di essere sicuri che li facesse effettivamente lui. Nella realta’ sarei probabilmente rimasta li’ con l’aria di chi aveva davanti uno sconosciuto che era una forza indiscussa nel suo paese e soprattutto nel contesto, e non sapeva come comportarsi. Un momento epicamente insignificante e frustrante. Anche riuscendo a rompere la bolla di vetro che inevitabilmente distanzia un musicista da chi lo ascolta, saremmo stati comunque degli sconosciuti.

Cosi’ ho smesso di rincorrerlo, ma non di ascoltarlo. Oggi ho visto un video per caso in cui lui appariva, e mi sono lasciata prendere un po’ dai ricordi di tutta questa stranezza pseudo-energetica che avevo sperimentato in quegli anni.

La grande domanda e’, forze di quel tipo, si estinguono mai veramente quando finisce il tempo? Perche’ l’idea che da e’ che non sia cosi’.

E anche questo a livello razionale non ha senso.

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L’annoso problema del Customer Care: Asini che cascano due volte.

Lo si sente in ogni ambiente: Quando si tratta di assistenza, è come se si parlasse del gradino più basso della carriera in tutto e per tutto, come se fosse quel tipo di lavoro che fai “quando non c’è altro da fare”, “in attesa di fare carriera”, dal processo di vendita a quello di assistenza tecnica interna o esterna, e di caring.

Perchè si sottovaluta così tanto questa carriera, che difatto per le aziende è invece un perno fondamentale, si tratta di assumere persone che, mediante il contatto con il cliente e con il loro staff interno, rappresentano l’azienda, e la loro professionalità influisce direttamente sull’immagine e la fiducia che si ripone nell’azienda stessa?

Perchè si mettono in mano call center e servizi di assistenza in outsourcing all’estero a persone che neanche parlano troppo bene la lingua, e il più delle volte risultano incompetenti a livelli da barzelletta? Perché si tende ad assumere per dei ruoli così fondamentali persone inesperte, e che per giunta fanno quel lavoro soltanto in attesa di “crescere” cambiando carriera? Perché si lascia che i numeri verdi siano così carichi di lavoro che arrivano a rispondere al cliente, quando va bene, dopo tre quarti d’ora? Perché si manda il sistemista, che ha un sacco di altre cose a cui pensare, lo fa malvolentieri, e gli rallenta il lavoro, a vedere come mai non si accende il pc dell’impiegato?

Personalmente, non mi sembra un approccio al business particolarmente saggio. Sono al corrente del fatto che lasciare uno staff a disposizione il più tempo possibile per i clienti e per gli impiegati sia una cosa costosa, tuttavia si tratta anche di una cosa fondamentale, per la quale serve personale competente al quale si possono mettere senza pensieri in mano responsabilita’ e gestione di molteplici settori per una piu’ celere risoluzione dei problemi, senza giri di telefonate o di ticket per competenza. Nonostante ci siano bot e programmi che possono automatizzare la maggior parte dei processi di assistenza, continua ad essere fondamentale poter avere anche un contatto umano nel caso il cliente abbia problemi non comuni, o fallisca in qualche modo l’interazione con questi mezzi automatici. Questo riduce il carico di lavoro, e rende tutto molto più efficiente in termini di costi, tuttavia quando il cliente, o l’impiegato continua ad avere un problema e raggiunge finalmente l’assistenza, a quel punto e’ NECESSARIO che la persona con cui parla sia in grado di risolvergli l’inconveniente, di farlo subito e di farlo con gentilezza e pazienza. Chiudere le telefonate, le mail o le chat con una persona in attesa di una soluzione, salvo casi eccezionali, è da considerarsi a tutti gli effetti un piccolo fallimento nel processo di assistenza.

Penso vada modificata innanzitutto la mentalità con cui ci si approccia a questo tipo di mestiere. Discorsi come “Una persona che se ne intende di queste cose non sta a fare assistenza tecnica” oppure “Mai scrivere nel curriculum che stai facendo Help Desk, altrimenti poi pensano che sei un incompetente, sempre Consulente!” sarebbero da analizzare. Perché questa cosa? Io ho fatto assistenza a clienti e assistenza tecnica tutta la vita, e non perché non avessi alternative, perché mi piace! Non tutti hanno la grande aspirazione di perdersi in linee di codice con tutti che ti pressano da tutti i lati perché tu finisca progetti assurdamente complicati entro l’altro-ieri, per esempio. Posso assicurare che quello dell’assistenza tecnica è un lavoro, sebbene a volte snervante e fonte di inconvenienti ai confini della realtà, che da soddisfazioni. Bene o male bisogna considerare che si è fondamentalmente lì a risolvere problemi che rendono persone abbastanza disperate da andare a chiedere aiuto, supporto, collaborazione o informazioni in merito. Una volta aiutate, queste persone ti sono grate, possono riprendere il loro lavoro, il loro servizio, stare più tranquille e sicure, e ognuno di questi clienti grati è un cliente che resta volentieri con l’azienda, come cliente o come impiegato. Non sei il primo stronzo che passa, sei quello grazie al quale la baracca resta in piedi NONOSTANTE i problemi, e per fare questo si barcamena come un giocoliere fra commerciali, sviluppatori di software, venditori, installatori, clienti, tecnici che sono dai clienti, colleghi dell’area sistemistica, e ad ognuno deve saper dire la cosa giusta nel modo giusto. Se poi il tecnico che va dal cliente, o alla postazione di lavoro con un problema, puoi essere anche tu, valore aggiunto.

Certo, poi magari questa importanza raramente ti viene riconosciuta. E qui casca l’asino una seconda volta. Non la riconoscono gli altri, non è difficile da immaginare che non riesca a riconoscerla tu. L’unico che sa quanto sia importante che l’assistenza tecnica sia competente e’, guarda caso, il cliente o l’impiegato, ma una volta che gli hai risolto l’inconveniente scompare, mentre chi resta a calcolare il tuo valore generalmente sarebbe più che pronto a dare il tuo posto a un sistema automatico, perché almeno non lo deve pagare. Quasi gli scoccia che il sistema automatizzato abbia comunque delle imperfezioni e non possa veramente risolvere tutto.

Come si risolve questo eterno gatto che si morde la coda? Innanzitutto parlando quando si incorre in discorsi di questo tipo. Dopo un’attenta riflessione, mi sono ripromessa che l’avrei fatto, e sarei partita proprio dai social per evidenziare questo nonsense.

E poi smettendo di fare economia sull’assistenza. I tempi sono duri per tutti, ma se esiste un nome preciso per un inquadramento professionale, c’è un motivo, ed è un motivo importante. Metterlo in mano a persone che fanno o vogliono fare tutt’altro, ma accettano piuttosto che niente, o cercare di eliminarlo sovraccaricando figure con compiti diversi NON è il modo giusto per approcciarsi all’esigenza che comunque continua ad esserci di questa figura professionale.

Troppe volte nella mia vita ho chiuso la chiamata che ho fatto all’assistenza tecnica di qualche sito dopo che, a furia di formulare teorie informate con l’operatore, son finita IO a spiegare a LUI quale fosse il problema e come si dovesse risolvere, o ricevendo palesi scuse campate per aria per temporeggiare nella speranza che il problema rientri in autonomia. Non ci siamo.

Un buon servizio parte da un accurato lavoro di selezione, da un buon lavoro di monitoraggio, da una buona concezione di quello che si sta facendo, magari instaurando diversi livelli ai quali si puo’ aspirare all’interno della stessa mansione, come una persona che si occupa dei clienti più importanti, o delle questioni più complicate… Un dipendente non deve sentirsi l’ultima ruota del carro, altrimenti non farà mai bene il suo lavoro, lo giudicherà poco importante, e lascerà che venga giudicato tale anche dalle cariche.

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Not even shaken by it

Quando guardo video come questi, e mi rendo conto che conosco persone che mettono in pratica questi comportamenti che io ritengo personalmente assolutamente assurdi, mi rendo definitivamente conto di come mai io sembrassi un’aliena un po’ particolare anche a chi, come me, e’ stato un grande obeso o un obeso come lo sono adesso.

Una delle domande che mi venivano poste piu’ di frequente e’ “Ma come fai ed essere cosi’ tranquilla? Sei in una situazione in cui le persone ti giudicano costantemente per una cosa che dipende pure relativamente dalla tua volonta’.”

Che giudichino. E’ una cosa che facciamo tutti, con tutti, per tutto, se dovessimo avere paura di un giudizio ogni volta finiremmo a fare queste cose senza senso in ogni situazione diventando letteralmente pazzi.

Gia’ essere obesi non e’ una condizione facile, a livello fisico, e inoltre a livello psicologico perche’ le persone riescono a diventare delle vere merde, spesso non capendo con cosa hanno a che fare. Chi dice il contrario, mente. Parola di persona obesa. Se poi si sta pure a complicare la vita da solo sperando che gli altri non se ne accorgano, ha proprio fatto bingo.

L’unica ragione per cui ho mai eliminato le etichette dei miei vestiti e’ perche’ mi grattavano la pelle. Quelle in morbido cotone sono ancora dove stavano, e per assurdo davano piu’ fastidio a chi mi circondava tipo “ti tolgo le etichette?” “Perche’?” che a me. Ero una XXXL. ora sono una XL/XXL a seconda del taglio del vestito, sto in qualche L da uomo di quelle che non sono slim fit, e da donna di taglio particolarmente arioso. Anche perche’ ho dei seni enormi, delle spalle enormi, dei polpacci enormi, dei fianchi larghissimi, non sono MAI stata in una M in vita mia da quando il mio corpo si e’ sviluppato. Nemmeno da normopeso.

Che cosa cambia ad una persona che comunque, francamente, MI VEDE, se sa che la mia taglia e’ piuttosto abbondante? Se sa che il mio peso da ormai un anno continua a salire e scendere dai 98 ai 103? Che differenza fa quando la maggior parte delle persone, quando lo sente, sgrana gli occhi, mi acchiappa i vestiti e mi dice “non dire stronzate, ma dove sono?” D’altra parte ne ho pesati 145, e non avevo nessun problema a dirlo neanche allora.

Ci sono, belli di casa. Non vedo perche’ far finta di no.

Non ho mai over mangiato se non in momenti in cui era proprio festa, e quando e’ festa la mia visione di quanto e cosa si debba mangiare e’ circa “vaffanculo, non rompere le palle.”. Per la cronaca, e’ ovvio che questo e’ un lusso che ci si puo’ permettere quando non si fa festa una volta alla settimana, cosi’ non vale. Intendo feste grandi, giri al ristorante per natale o capodanno, matrimoni, cose cosi’. Non ho mai avuto la necessita’, quando lo facevo, di fingere che non mi stavo allegramente sfondando di cibo. Male che vada a chi viene a farmi questione ho in canna la risposta equivale alla mia visione di cio’ che va mangiato durante le feste.

Nei momenti in cui sto bene fisicamente e non sono atterrata dallo stress, se non cammino almeno per un paio d’ore al giorno sento bisogno di picchiare qualcuno. Non ho mai evitato l’attivita’ fisica, anzi, quando davvero stavo male pur di provare comunque a uscire, fare sport, fare qualcosa, finivo per svenire in giro ogni due per tre… Magari non corro MAI se non sono proprio costretta, ne’ salto. Non mi piace. Ma chiedimi di svuotarti un magazzino, o di fare una camminata da qualche parte, e sono in prima fila. Non la sono stata solo in un periodo in cui notavo che proprio NON ce la facevo.

Non mi sono mai preoccupata dei posti dove mi sedevo, e purtroppo a volte a torto perche’ finivo per sbrindellarli. Nella loro immensa sensibilita’, nessuno me ne ha mai fatto una colpa, dopotutto una sedia robusta non la sbrindella neanche un elefante se ci si siede. Unica cosa, evitavo come la peste le sedie pieghevoli perche’ hanno delle marcatissime debolezze strutturali, ma non e’ che non andassi nei posti dove c’erano quelle sedie, semplicemente chiedevo “C’e’ un’altra sedia? questa potrebbe non reggermi.” e fine del discorso. In metro o in autobus evito di sedermi di fianco alla gente perche’ mi da fastidio avere persone accanto, non perche’ penso di disturbarle io. La lotta per il sedile sui mezzi pubblici e’ una fredda ed impietosa guerra baby, se per caso ti capita di fianco qualcuno che sborda dal sedile, sono stracazzi tuoi. Di certo non mi alzo. Non ho mai visto nessuno infastidito per questo, comunque. Anche se tirando un cinturino di sicurezza dell’aereo SOTTO la pancia si sarebbe senza dubbio allacciato, ho spesso chiesto l’allungamento perche’ non vedo perche’ stare a stritolarsi stando scomodi da morire solo perche’ si e’ scemi.

Cercare di non far vedere che vado a rifornirmi in certi negozi, poi, non lo farei mai. Al contrario mi farei accompagnare per avere un parere spassionato su come mi stiano eventuali capi che ho puntato. O quantomeno rendermi il tutto meno tedioso, perche’ francamente a fare shopping io mi annoio a morte, e non mi va di stare a provare diecimila cose per decidere di comprarne due, quindi generalmente da sola faccio il grosso errore di prendere la roba e basta, provandola a spanne appoggiandola sul petto.

Ho costumi da bagno carini a due pezzi e non ho paura di usarli. Solo non ho avuto modo negli ultimi anni. Il mio viso non viene quasi mai modificato nelle foto, al massimo a volte attenuo le occhiaie (toglierle del tutto fa sembrare che non sia io) e qualche brufolo, il doppiomento solo quando appare esageratamente perche’ mi sono messa in una posa sbagliata, ma non mi cambio i connotati per apparire piu’ magra, anche perche’, perche’ diavolo dovrei farlo? Sono sempre stata dell’idea che se una persona non si piace fino a questo punto, puo’ anche evitare di fotografarsi o di pubblicare foto in cui appare. Fa prima, e fa piu’ bella figura di una persona che pubblica foto EVIDENTEMENTE completamente taroccate rispetto a come realmente appare. Perche’ se ci si illude che non si veda, si sbaglia tanto. E chi sa, ha questa forte sensazione di disagio di rimando, come se avesse davanti una persona malata di mente.

Insomma, sono sempre stata negativamente sorpresa dal fatto che le persone sembrino dare per assunto che se sei sovrappeso, obeso o grande obeso inizi a svalvolare di testa, oppure SEI svalvolato di testa gia’ da parecchio tempo. Perche’ ne conosco molti che non sono in denial in questo modo, che semplicemente hanno problemi a gestirsi lo stress, la propria vita, o hanno problemi di salute che rendono loro molto difficile tenere sotto controllo la situazione. Mi dicono sempre “sono pochi quei casi.”, e mi fa girare il cazzo. Sono pochi, allora diamo per assunto che tutti svuotino il frigo di notte in preda a raptus, o si scofanino tutto il quartiere e poi prese dal panico di essere giudicate per i loro problemi dicano “ma io mangio bene!”. No, non e’ cosi’. Pero’, sono fenomeni che esistono, e non posso evitare di restare veramente perplessa e rattristata da questa cosa. Perche’ alla fine e’ principalmente TRISTE vedere delle persone che si sentono obbligate a dire e fare cazzate pur di provare a nascondere dei problemi che comunque NON possono nascondere. Non posso che ritrovarmi a dare la colpa a chi, magari pensando che fa una buona cosa, stigmatizza la condizione di eccesso di peso come se fosse un delitto, e non una condizione di malessere che potrebbe essere piacevolmente temporanea se trattata con solerzia, ma con il dovuto rispetto.

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Tu contro l’Ego di lui/lei

La maggior parte delle persone, noto, non riesce mai veramente a capire bene come vorrebbe le esigenze e i sentimenti dei propri partner. Innocentemente, perche’ e’ gia’ perso e sballottato qua e la’ dai propri, e c’e’ chi e’ piu’ portato a dare un occhio al di fuori di se, e chi meno, ma tutti indistintamente si viene almeno un po’ assordati dal proprio vissuto.

Questo non succede perche’ il partner nasconde il proprio vissuto dietro qualche armadio polveroso come un agente del KGB, eliminando prove di quello che pensa e che fa nel timore dorato che queste vengano comprese, gli indizi che lo riguardano puo’ anche spiattellarli quotidianamente sul tavolo, ma nonostante cio’ accade che questi non vengano colti. Se succede anche con un partner, anche quando ci si convive, figuriamoci con gli amici, quando il vissuto e’ caotico ed e’ complicato frequentarsi sempre.

Per questo e’ importante comunicare. Mettersi in gioco, dare la fiducia necessaria per farsi ascoltare, e spiegare due o tre volte dove magari non si viene capiti. Tutti abbiamo il sogno perverso della persona con la palla di cristallo, che passa la vita a raccogliere indizi e dirci “et voila’!” con una bella spiegazione di come siamo e cosa pensiamo, cosi’ noi non dobbiamo fare fatica. Tuttavia, specialmente andando avanti con gli anni e con il crescendo di beghe che occupano l’esistenza di tutti, avere la palla di cristallo costantemente diventa una cosa irrealistica da chiedere, gia’ non sarebbe giusto sin dal principio, figuriamoci poi…

Altre volte questa comprensione avviene, ma non venendo sventolata negli svariati momenti ci si convince di non essere mai stati capiti.

Serve fare il passo di affidare i propri pensieri all’altro, soprattutto quelli “scomodi alla coppia” per arrivare ad avere un rapporto senza stupidi segreti, senza timore che aprendo bocca su questo o quello si “rovini” qualcosa. Avere rapporti meno “a meta’”, e piu’ “a tutto tondo”.

Perche’ capirsi e’ fondamentale, e i punti da cui nascono le rotture sono spesso proprio i primi silenzi, quello che a lungo non viene detto.

Personalmente, quando dico che la complicita’ per me e’ la cosa piu’ importante di una coppia, intendo anche questo. Niente stupidi segreti, fossero questi interrogativi che ci logorano, considerazioni che non si osano ventilare, liberta’ che si prendono di nascosto perche’ altrimenti non verrebbero comprese, o altro.

Perche’ gli stupidi segreti le coppie le uccidono.

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Quelle ombre terrificanti

Siamo tutti degli omini terribilmente instabili, i peggiori nemici in assoluto di noi stessi. Ed io, non sono da meno.

In fuga sin dalla tenerissima eta’, costantemente, da ombre terrificanti, ombre di cui non si vuole neanche descrivere i contorni, ombre che generiamo noi stessi, ma che hanno accesso ad abissi in cui sarebbe meglio che non entrassimo mai.

Crescono, invisibili a tutti gli altri, ti circondano, ti sovrastano, cercano di acchiapparti, sempre, e tirarti in quel baratro finche’ non ci affoghi.

Essere soli non e’ difficile di per se, e’ difficile perche’ ti rende piu’ consapevole dell’esistenza di queste ombre, rende loro piu’ semplice raggiungerti appena abbassi la guardia.

A parte cercare conforto, qualcosa che tiri su, compagnia, voi che fate quando le vostre vi afferrano i fianchi, ed iniziano a trascinarvi?

Io ascolto musica. Come questa https://www.youtube.com/watch?v=LCJblaUkkfc&list=RDLCJblaUkkfc&index=1 e come tante altre, che descrivono bene la sensazione, il rapporto con il tutto e con l’eternita’ che si sgretola e non fa che fallire, per poi, dare un suggerimento, una chiave, un sollievo.

Immerse your soul in love (non solo quello romantico, per quanto bello sia, non e’ sufficiente.).

Sono io che non so tenere il mondo attorno a me, non so pretendere, non so attirare l’attenzione, non so essere necessaria per nessuno, poi non posso lamentarmi che non ci sia, effettivamente, nessuno quando mi sento cosi’. Non sono proprio capace a fare niente tranne a far sentire oltraggiate le persone quando gli dico la verita’.

Non ho neanche imparato quella skill base, fondamentale, che mi rende motivata a fare cose per il mio bene, per me stessa, per me e basta. Rispetto alla mia vita, non provo che stanchezza, e mi aggrappo con tutte le mie forze alle cose che devo fare perche’ ce n’e’ bisogno, agli aiuti che posso dare, ai progetti a cui posso partecipare.

Perche’ altrimenti in questo nulla silenziosissimo le mie ombre diventano enormi. E mi ricordano un sacco di cose che sono francamente spiacevoli da considerare.

Non mi sento proprio adatta a questa grande fatica, recupero qua e la’ qualche stralcio di voglia di affrontarla per questo o quel motivo, ma certe volte mi sembra, ed e’ orribile da pensare, che ne valga meno la pena.

Che sto facendo tutto questo per niente, per rattoppare ogni volta situazioni che si sgretolano inesorabilmente, almeno finche’ non trovano il modo di sgretolarsi meglio di quanto io le rattoppi.

E allora devo correre ai ripari, scappare da questo morbo in continuo inseguimento delle mie poche energie positive, rimboccarmi le maniche, ascoltare canzoni, chiamare persone, tirare in piedi cose.

Arrendermi, infine, a chiedere di non essere lasciata sola. Almeno finche’ l’emergenza non rientra, almeno quel (troppo) poco che comunque allontana il mostro nerastro per qualche ora, lasciandomi recuperare energie per combatterlo.

Devo arrendermi a chiedere, perche’ certe volte sono proprio molto marcatamente instabile. I miei malumori non sono cose da sottovalutare, non sono scaturiti da capricci, sono qualcosa che trascina con la forza della sofferenza di una vita intera.

Sono pericolosi.

Devono andare via.

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Quel mondo fatto di “disordine”…

Ogni tanto quasi me lo dimentico. E’ assurdo a pensarci.

Ho smesso di studiare perche’ bene o male tanto stavo gia’ lavorando, ero un informatico, e neanche uno da poco, un tecnico che ha lavorato anche con la Siemens, e la Microsoft, sebbene per brevi periodi a progetto.

Pensavo che sarei sempre stata un informatico, e che trovarsi in tre per risolvere un’installazione di Linux che per qualche motivo non andava mai a buon fine, fosse una cosa da anni 90. Per certi motivi legati a certi ambienti maschilisti e truffaldini, forse in parte il rendermi conto che potevo prendere altre direzioni non e’ stato un male. Poi…

“Ormai piazzano Ubuntu sui server, Diana, non e’ piu’ una cosa brufolosa come la era una volta.”

L’istinto di dire “ci penso io” quando un pc non va, sempre scavalcato da qualche cretino che pensa che siccome ha un pisello saprebbe farlo meglio, e poi mi viene a chiedere come installare una cazzo di tastiera. Ma l’istinto…

In me convive la connessione che non si puo’ staccare fra un mondo con un’ordine costantemente minacciato, e un mondo nato da questa minaccia che “il nuovo ordine” lo sfida ogni giorno, passando nelle retrovie, mentre tutti passeggiano sfilando, e si sentono belli a farsi il selfie davanti alla spiaggetta.

Sotto i loro piedi ci sono le nostre informazioni, le hanno a disposizione, le usano male, li ingabbiano peggio delle gabbie dalle quali le stesse informazioni hanno liberato noi.

Chiami il supporto tecnico, e lo sai che ti tratta in un certo modo perche’ bisogna, perche’ molte persone sono convinte di sapere molte cose, ed e’ questa loro convinzione a generare il problema.

Il ragazzo sembra stressato, ma fa del suo meglio per essere accomodante cosi’ tanto da essere fastidioso. Gli esponi un problema che hai gia’ il dubbio sia oltre le sue competenze.

Un attimo di silenzio.

Risposta con informazione falsa. Con santa pazienza gli dici che hai gia’ fatto tutti i tentativi del caso, e ti sei accorta di questo o quel problema che possono risolvere soltanto loro. Panico dall’altro lato della cornetta.

“Rilassati ragazzo, sono dalla tua parte. Risolviamo insieme questa questione senza senso.” Fai notare che e’ stato fatto un merge di due database di utenti le cui policy per le password non erano mutualmente compatibili, e cambiandola dallo specchietto dove ci si registrava da una parte seguendo tali regole, la password per qualche motivo non veniva accettata dall’altra parte, costringendoti a cambiarla, e ping, e pong, e ping, e pong.

“Io posso anche mettere una password che metta d’accordo entrambe le policy, ma se non volete un’orda di gente incazzata che non capisce neanche che sta succedendo a cui far cambiare le password OGNI VOLTA, forse sarebbe meglio mettere la stessa policy per entrambe le interfacce di registrazione.”

“Cazzo.” “Vai tranquillo, non lo devi fare tu, limitati a riferirlo”. Chiuso ticket.

E’ un mondo che ci ha tirati scemi in tanti, bello finche’ era una cosa fra noi e la macchina, ma una volta che e’ stato il nostro lavoro e’ improvvisamente diventato detestabile, perche’ il mondo dell’informatica e’ pucciato in/regolato da troppi ambienti che non lo riguardano, ed elargiscono pretese che non danno nessun modo di essere soddisfatti di quello che si fa, sistema o produce. Ma c’era del bello nell’essere parte di quel silenzio, di quella luce nella notte, di quel ticchettare delle tastiere, nel creare e sistemare cose in maniera che, a fine giornata, si era soddisfatti di cio’ che si sapeva fare.

Se basta un pc vecchio vecchio, e qualche vicino di casa in difficolta’ per ricordarlo, allora ben vengano.

Certe volte mi domando come sarebbero andate le cose se mi avessero lasciato continuare a fare l’informatica, anche a discapito del fatto che, beh, sono un’informatica. E non socializzo, non fingo di lavorare, non mi interessa cosa pensa di me l’impiegato, voglio solo che il suo pc vada.

Perche’ a me piaceva, diamine.

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