Familiarity

I write this article in english because… I don’t like to be the sneaky bastard and write about people who I know don’t even read this blog, but if they ever ended up here, they wouldn’t  be able to tell they’re involved in this little piece of text.

It’s a needless act of respect. I’m sorry for my readers who “can’t english”, I’ll switch back next article.

Today I was thinking… no, I was listening to songs I didn’t listen in a while.

It’s not because I stopped liking them, but I knew they would have reminded me of what they effectively reminded me today.

There’s a side of me so deeply unexplainable, especially to very rational people, that I used to think nobody could really understand and share it. And then I met him, eyes so deeply sad and occasionally pissed, I saw him, and I never saw him. Met him, and never met him.

I’m not making sense, am I?

Oh he was so different from me, so fixated over things I couldn’t even bother thinking about, with a good reason I understood, but didn’t share. He had this whole little colorful yet muted-color-ful? world, aura, sensation about him. Something forcibly vintage, yet very fashionable and smart.

And the strongest, sharpest, yet funniest and secretly most caring personality ever.

A professional mood-swinger, always so passionate in what he used to like, think, feel. – He still is I guess, he’s not dead huh.

While I… I am mostly black and purple like a cheap goth teenager in the body of a grumpy lazy teacher tired of all the jackassery she met in her life, with an empty wardrobe and a set of pencils she never manages to master the use of, who wishes she was born a man.

Always so low energy, always so low-key. Always so depressed. Always so tired.

Opposites, one might think, but that wasn’t really true. For a short while, we shared a world, and it was fucking awesome. So fucking awesome reality kind of sucked in comparison, especially the reality we were deeply sinking into when we first met.

All about him felt weirdly familiar, and it never stops feeling so. Familiar in a… an almost supernatural point of view. It felt like we really lived these moments, even though we only were in front of a screen.

A world where you can share songs that don’t suck. Ahahaahha, it’s not so simple. I really link some of those to him, because they “feel” like him.

And although kind of melancholic, it feels good to listen again. It’s like I am still in one of these moments, where every morning at the same hour, we were there for each other.

I wish I wasn’t so emotional about it I had to stop.

But how can anyone NOT be emotional about a bond that feels so strong?

I only wish he was in my life, something feels wrong about him being so distant. We probably would have snobbed each other ahahaha. Or maybe not. Maybe we would have met-and-not-met… and then really met because we would have been in the same country or something.

We didn’t even need to speak the same language, something kind of already did. I don’t know how to describe it.

And then the song stops, and it’s like I turned off my chat again.

I miss him, I do.

Nobody anywhere is ever like him. Truly. I wonder if he realizes how special he is, not only in a “weirdo” way ahahah

Whatever. Real life, on. I must prepare.

Go.

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Un articolo leggero (circa)!

La mia vita e’ un po’ cosi’… Sei li’ che guardi dei video su youtube di gente che fa varie cose (nulla di eccessivamente intelligente) nel tentativo di recuperare energie mentali per convincerti a fare quello che devi fare per la giornata, e all’improvviso la tua anormalita’ ti coglie impreparata ancora una volta.

Su temi stupidi, anche, soprattutto su temi stupidi.

Dopo il primo grande gap esistenziale che Maria mi fece notare “Eh stavo guardando un video di Chiara Ferragni” “CHI?” “….” “Chi cazzo e’ e perche’ esiste?” “E’ la tipa di Fedez” “E non si vergogna nemmeno?” “hahahaha nooo anzi e’ una famosa influencer!” “…” “Dai non stare zitta cosi’ ha pure un negozio in centro in cui vende le sue cose”. — Vado a vedere, se mi pagassero fior di quattrini per indossare quella roba in pubblico, non lo farei, desumo che non mi sono persa niente di importante. –… Questa volta l’interrogativo esistenziale e’ un altro:

Ma io, ce l’ho una “morning routine” ?

Devo pensare con abbastanza fatica a quali siano le mie abitudini mattutine, perche’ generalmente al mattino io sono cosi’ DISTRUTTA sin dai primi momenti in cui mi alzo dal letto, che se riesco a fare qualcosa ed esistere, lo faccio usando la parte attiva del mio cervello al 10% per risparmiare energie.

Cosi’ leggo in giro di gente che si alza alle sei del mattino e fa ginnastica e medita e si prepara ventisette intrugli e colazioni, e porta fuori il cane, e nuovamente mi piace sottolineare FA GINNASTICA prima ancora di mettersi a lavorare, e tutto cio’ che riesco a pensare e’ che a me pare difficoltoso trascinarmi in posizione eretta in giro per il corridoio per raggiungere la cucina, ignorando i numerosi input sonori della mia coinquilina che, invece, e’ sempre pompata al massimo, e il silenzio e’ il suo peggior nemico.

Quindi forse possiamo riassumere la mia morning routine attuale cosi’:

7.30 – Mi sveglio, ma non riesco ad alzarmi.

8.30 – Mi accorgo che e’ passata un’ora, ma faccio ancora una fatica epica ad alzarmi quindi decido di non farlo a meno che io non abbia cose da fare al mattino. Di solito questa fase viene accompagnata da una serie di dolori alla schiena e qualche doloretto intercostale causato dallo strapeso del mio seno sulla mia cassa toracica. Sono abbastanza convinta che con un fisico debole si possa morire di tette grosse.

9.30/10.30 – Decido di alzarmi e fare colazione. Mi aggiro verso il bagno, so che sarebbe il momento giusto della giornata per pesarsi, ma non lo faccio. So che una doccia mi darebbe la carica, ma non la faccio. So che lavarmi la faccia mi aiuterebbe a svegliarmi, ma non lo faccio. In genere rimando l’igiene personale alla sera, salvo qualche sciacquata veloce prima di uscire se serve. (A meno che non sia estate, a quel punto penso che mi laverei ogni 2 secondi arrivando ad escoriarmi via a furia di lavaggi. Questo e’ piu’ o meno quanto detesto sudare. I capelli me li sono rovinati sul serio, parliamone.) Colazione con Maria, se e’ ancora a casa.

11.00 – E’ quel momento di panico in cui sono finalmente sveglia e penso a tutto quello che dovrei fare. In genere riesco a farlo in un’ora, ma spesso resto li’ in catalessi e non combino un cazzo.

12.00/13.15 – Vestirsi prima di inizare a cazzeggiare, e poi Videogames, o altro svago. Se non lavoro, preparo e mangio, altrimenti il pranzo slitta verso le 14.10

13.20 – Uscire di casa per andare a lavorare, se e’ giornata di lavoro. Se no, inizio studio / lavoretti / ricerca di lavoro / pianificare uscite / sistemare casa.

 

Quanto di questo e’ sano e trasuda successo? Probabilmente niente.

Dove sta l’attivita’ fisica? Lo sforzo titanico sta nel muoversi a una parte all’altra della casa. Il resto si attiva dopo essere usciti di casa.

Dove sono i beveroni sani e i momenti di relax? Da nessuna parte. Anche stare nel letto ore e’ un’esperienza dolorosa che eviterei volentieri, ma non riesco ad alzarmi.

 

In sostanza, come fanno quelli che passano la mattina a fare esercizi? Ma lo fanno sul serio, o e’ propaganda salutista allo scopo di elevare la propria immagine?

 

No, sono abbastanza sicura lo facciano sul serio, basta guardare Maria quando si vanta di camminare quattro km in casa come una trottola impazzita… di gente che ce la farebbe ce n’e’…

Non me.

Decisamente non me.

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E’ la stanchezza.

Credo sia la stanchezza (“ma come mai sei cosi’ stanca?”, bella domanda, e’ molto piu’ semplice stancare un introverso a quanto pare), che mi fa essere cosi’ pungente nel pensiero. Lo so che non devo esserlo.

So che non devo pensare 1 volta su 2 “Ma che cazzo stai dicendo, ma non ti vergogni delle fregnacce che tiri fuori per pigliarti per il culo da solo, dare una mano di brillantante a tutte le tue brutture sperando che il brillare distragga qualcuno, o quantomeno distragga almeno te?”

La verita’ e’ che tutti abbiamo bisogno di pigliarci un po’ per il culo, e’ motivante. Probabilmente lo faccio spesso pure io, e la maggior parte delle volte non fa del male.

E’ quando non ci si accorge quanto questo faccia male a chi sta attorno che inizia ad essere un problema. La favoletta funziona benissimo per noi, ma distrugge e allontana il circondario. E allora forse c’e’ qualche elemento in piu’ da mettere sulla bilancia.

E questo elemento invece si tende a coprirlo di altra vernice, sperando sparisca.

Non sparisce, smettetela. Resta in un angolo pronto ad inghiottirvi appena smettete di correre. Perche’ questa buffonata? Tanto nessuno puo’ correre per sempre…

Ma a che serve anche fare discorsi di questo tipo? Uno parte gia’ stanco, di certo non ha voglia di difendersi dalle difese, e’ una cosa ridicola anche solo da pensare.

Anche perche’ e’ molto… brutto constatare quanto spesso si ami l’illusione e la fuga piu’ di quanto si amano i propri amici, i propri compagni di viaggio.

E’ una cosa di una tristezza disarmante.

A me serve ridere un po’ invece. Quindi cerco di non pensarci, anche se mi viene automatico.

Proviamo.

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Non mi piace.

Credo di star facendo una vigorosa eccezione alla regola.

Di solito negli altri, si dice, da piu’ fastidio, piace meno cio’ che e’ una caratteristica negativa che inconsciamente ci rendiamo conto di avere, ma non elaboriamo a livello conscio.

Ma questo proprio no, questo non sono io. Sicuramente, non lo sono piu’ da parecchio.

E non mi piace.

 

Mi disturba a livello quasi personale quando vedo qualcuno prendersi visibilmente gioco delle persone a cui io tengo. Fare una serie di maneggi psicologici pregni di pochezza, di alzare la voce o di aumentare il numero e l’intensita’ delle proprie presunte disgrazie allo scopo di lasciare i propri problemi in un angolo lontano dalla vista, (dove male che vada forse un giorno verranno trattati da qualcun altro, forse mai da nessuno), e mettere in primo piano invece cosucce da poco in confronto, o grandi, ma non realmente colpa della persona messa sotto torchio, allo scopo soltanto di nasconderli ancora meglio.

Non mi piace chi vigliacca via dalle proprie responsabilita’, responsabilita’ affettive e non che nessuno, sottolineo nessuno li ha mai obbligati a prendersi, ma una volta che sono state prese mi pare soltanto il minimo avere la decenza di portare avanti, o quantomeno troncare in una maniera rispettosa, onesta e sincera.

Non bisognerebbe mai perdere il rispetto per una persona con cui si condividono tanti anni, e se anche puo’ venire a meno l’ammirazione che c’era un tempo, la decenza di non architettare stronzate per sentirsi meno colpevoli quando succede mi sembra soltanto l’inizio di cio’ che si puo’ domandare.

Se si vuole bene a una persona, e il suo benessere e’ minacciato da degli irrisolti, questi irrisolti bisogna lavorare per sistemarli. Ora, subito, anche ieri. Si e’ gia’ in ritardo. E non tanto per fare, non con un atteggiamento di chi ha voglia e ci crede solo a meta’. Ci si lavora fino in fondo, ci si lavora tutti e due (perche’ uno solo non ha mai tutta la colpa, e uno solo non puo’ fare miracoli). Se non si han piu’ le forze di fare questo, bisogna prendere il coraggio di mettere sul piatto la cosa e dire “No, questa cosa non me la so gestire, e ho perso la voglia di provarci, me ne vado, ho bisogno di qualcosa di diverso, ho bisogno di qualcosa di piu’ semplice.” E tenersi la conseguenza di questa decisione, non cercare di evitare che la “colpa” ci ricada addosso, non aspettare che arrivi il sostituto dalla panchina cosi’ – eeeeh beh, che ci si puo’ fare, ma tanto si rincomincia… -, non restare in una certa comoda safe zone fino a quel momento, nella quale non c’e’ errore e non c’e’ rischio di restar soli…

Perche’ poi quando si rincomincia, per quanto bene sembri partire la situazione, se la mentalita’ e’ sempre la stessa (incapace di prendere in mano i propri problemi), le cose non possono che finire continuamente nello stesso modo: male.

Non siamo un po’ troppo adulti per questo? Magari sono io che ho sempre questa illusione di persona adulta diversa dallo studente liceale. Pero’ si dai, un po’ diversi dovremmo esserlo.

E’ sempre con un po’ di sbandamento che reagisco di fronte alle persone che mi dicono che sono forte, che ho preso le cose con una nonchalance invidiabile, che “ho scelto di portare il peso” di certe situazioni. Li guardo sempre con questa faccia come per dire “ma non dovrebbe essere il minimo?”.

L’unica cosa che, da quando ho deciso di smettere di fare esperimenti sentimentali e di prendermi solo ed esclusivamente quello che volevo, ho chiesto ed offerto ai miei partner, e’ stata una sincerita’ e una voglia di mettere cose sul piatto che comprendano anche e soprattutto cio’ che puo’ essere presumibilmente scomodo per la stabilita’ della coppia. Con gentilezza, con la calma serafica che mi contraddistingue, con la voglia di ascoltare.

Perche’ se non c’e’ questo, non funziona, l’ho gia’ visto, quando qualcuno si tappa occhi ed orecchie e inizia a dire io io io io io, va tutto a puttane.

Pretendo un fottuto sacco di palle, di questo me ne rendo conto. Ma ne offro anche, perche’ negli anni mi sono sentita dire di tutto, e ho elaborato, affrontato e offerto una soluzione (quando c’era, quando era praticabile, e non sempre e’ stata presa in considerazione, ma l’ho sempre offerta) a tutto.

Accetto situazioni che spaccherebbero chiunque di dubbi e di malinconia. Ma in cambio, chiedo di accettare con la stessa calma serafica quello che in me e’ difficoltoso, e se c’e’ qualcosa che si ritiene vada sistemato, di dirmelo e, se ho evidenti problemi pratici o psicologici, di aiutarmi ad affrontarli al meglio. Non cercando di risolvermeli, ma parlando con me.

Questo fa una coppia dove non c’e’ un vigliacco.

Questo fa.

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私はコットンウールです

Son stati giorni carini, era tanto che non passavo un paio di giorni con un’amica tranquilli, parlando, in pace. O meglio, con quell’amica. E ce ne sono tanti di amici che, onestamente, vorrei poter rivedere con la stessa calma e pace, come se per qualche giorno tutte le stronzate che ci vessano fossero un attimo messe da parte, o quantomeno presenti solo a livello di argomento di discussione.

Si parlava un po’ della differenza fra certi muri di gomma e certi muri di ovatta.

Mi si faceva presente che la mia ovatta e’ piu’ sottile in direzione del mio compagno. Certo, e’ il mio compagno, ha un ruolo diverso, mi dispiacerebbe sinceramente se ANCHE lui dovesse finire a pensare o fare alcune cose che ho imparato ad ignorare (per la mia salute mentale) negli altri.

E notavo anche che a volte sono troppo stanca e distratta per ricordarmi che alcuni tipi di narcisisti (non e’ riferito al mio compagno, che questo tratto proprio non lo possiede) rifiutano cosi’ tanto i propri difetti che per riconoscerli e sentirsi migliori rispetto ad essi, fanno proiezione cercando di attribuirli a chi sta loro intorno, allo scopo di scacciare la loro insicurezza a riguardo generandosi un esempio “peggiore di se”.

Spesso, non essendo particolarmente empatici e bravi ad osservare (anche se alcuni potrebbero giurare di si), sbagliano di brutto. Cannano cosi’ tanto che fa ridere anche solo pronunciare le parole che ti usano contro quando lo racconti. Se tutti conoscessero il soggetto che ha parlato, andare in un teatrino e dire “sapete che mi ha detto tizio?” sarebbe uno dei piu’ gettonati spettacoli comici della stagione. Sbancherebbe il bagaglino proprio.

Questa cosa me la devo ricordare, prima di spendere anche solo 10 minuti del mio tempo a cercare di capire da dove si tirano fuori certe puttanate. Naturalmente, se le tirano fuori da se stessi. Non c’e’ neanche da ragionarci su. D’altra parte nella testa di un narcisista non esiste nessun altro realmente.

Sui muri di gomma le cose rimbalzano, sull’ovatta si frenano e possono essere rimosse senza problemi.

Puff.

Fuori dalle palle per favore. La tua opinione su di me vale zero, ma non perche’ non e’ stata considerata, perche’ e’ oggettivamente ridicola. E se riesci a levarti anche dalle palle di chi fra le mie frequentazioni stai rovinando, fai un favore a me, al soggetto, a te, e a tutti quelli intorno.

Giurin giurella.

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Io capisco, non ti colpevolizzare

Sembra sempre strano da leggere e da dire, ma io so che non sono il tuo amore piu’ forte. E tu, in un certo senso, sai di non essere il mio.

Io lo capisco, in tutte le sfumature che questo puo’ avere.

Le persone come noi hanno un’emotivita’ gia’ abbastanza complicata per distribuire intensita’ ovunque capiti. E ci perdiamo sicuramente noi, si, finiamo per sbandare senza una meta, un’ancora e una direzione, senza limiti, ma anche senza terra sotto i piedi. Questa e’ la conclusione a cui sono giunta. E’ per questo che cerco di imparare, il piu’ possibile, a sentire.

Non ci si puo’ esattamente colpevolizzare, oltre la meta’ dei trenta, se siamo arrivati dopo al primo grande sogno a cui si e’ rinunciato. Se si e’ gia’ spesa tutta la forza di assegnare la fiducia a qualcuno, e quel qualcuno non era per niente interessato a ricoprire il ruolo che desideravamo avesse. In diversi modi, nel tempo, nonostante i nostri maneggi, tentativi, ricami, l’ha dimostrato, per abbastanza volte da esaurire le nostre speranze.

Una volta che si e’ riconosciuta la fallibilita’ di certi ricami, come si fa a partire in quinta un’ennesima volta? Semplicemente non si fa. Si parte col freno tirato, e il freno tirato fa molto nel non lasciarci attribuire una quantita’ uguale, simile o maggiore di affetto a quello che si e’ dato invano.

Pensa se questo succedesse diverse volte. Perche’ bisogna calcolare che nella vita, per quanto cinici si possa essere, non si sogna una volta soltanto.

Molti considerano i sentimenti come se, per essere “autentici”, debbano sembrare sempre un crescendo, come se prima di quel momento non si fosse provato niente per nessuno in confronto, e se un sentimento non e’ uguale o maggiore a quello provato prima, non e’ valido. Forse la sensazione per alcuni pare cosi’, pero’ questo non vale per noi.

Noi siamo arrivati uno di fronte all’altro con addosso il ricordo di cose che, per quanto ormai lontane nel tempo e nello spazio, ancora cambiano il nostro sguardo a ripensarci. Ancora ci lasciano con quel senso di poetica nostalgia.

Perche’ si, abbiamo premuto l’acceleratore ed e’ stato grandioso! E non lo rifaremmo piu’, no. Proprio no.

Tornando indietro probabilmente ci sacrificheremmo a vicenda se fosse possibile correggere qualche tiro per far andare le cose come volevamo andassero. Io sono cosciente di questo. Saremmo entrambi pronti a rischiare di non conoscerci neanche, pur di far andare dritto il nostro primo sogno.

Ma siccome non e’ una cosa che provi solo tu, non riesco a rattristarmene, ne’ a preoccuparmene veramente.

Perche’ non esiste niente che possa riavvolgere il tempo, ed io nonostante questi pensieri sono qui. Che penso una cosa… sai, a volte proprio le cose non vanno come vorremmo.

Per fortuna.

E anche se non ti ho amato con i suoni di tromba, con la scoppiante intensita’ del mio assurdo amore piu’ forte, anzi l’ho fatto tirando costantemente inchiodate da record, c’e’ una cosa che devo riconoscere sia singolare, ed importante: ho iniziato amandoti zero. Sono andata avanti apprezzandoti un po’, poi mi sei piaciucchiato, ma non valevi il casino, poi mi sei piaciuto, poi ti ho amato un pochino, ma mica troppo. Poi ti ho amato e desiderato. Poi ti ho amato un bel po’.

Queste cose partono enormi e si smorzano dopo un po’, per ragioni chimiche, per accertate ragioni psicologiche. Io non sono partita in quinta, decisamente. Ma il mio sentimento per te e’ cresciuto sempre di piu’.

E non lo escludo sai, che un giorno riusciro’ ad attribuirti la stessa mal riposta fiducia, lo stesso slancio di affetto e abbandono che ho dedicato a chi e’ passato prima di te. E il fatto che ancora non sia cosi’ non significa che io non sia piu’ che felice e grata di averti accanto, o non sia innamorata di te. Cazzo se la sono.

Siamo solo degli adulti, e gli adulti fanno piu’ fatica a riconoscere, ad accettare, a lasciar andare, e a lasciar arrivare.

Specialmente gli adulti dal sentire menomato come noi.

Ma non ti colpevolizzare, se non ti riesci a fidare, se non riesci a sentire che dovresti lasciarti andare a questa cosa. Chi ci riesce con questa folle grandiosita’ emotiva, esistenziale alle spalle? Con qualcuno da ringraziare perche’ si e’ cambiati in meglio, perche’ si e’ stati spinti a volerlo fare…

E’ complicato, e’ complicato, proprio noi cosi’ distaccati, la gente non la sappiamo prendere e riassegnare come se si trattasse di una sostituzione a calcetto. Il ruolo resta li’, a consumare un po’ i bordi del vuoto che si e’ creato quando e’ stato abbandonato.

Tutto riprende partendo da un ruolo diverso, e, come si sviluppera’?

Who knows, only time.

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Volevo tornare

Volevo tornare, si, per parlare con loro, per risolvere l’irrisolto.

Per capire l’incompreso.

E invece, ora che ho il tempo, guardo l’icona di quel mondo virtuale, e penso che non devo. Non perche’ ci sia qualcosa di male. Ma perche’ piu’ ci loggo piu’ faccio accanimento terapeutico su un avatar che ha gia’ accusato abbastanza colpi da venir segato dalla sua second vita piu’ di dieci anni fa.

 

Mi dispiace solo perche’ c’e’ gente con cui vorrei parlare.

Ma non me la sento.

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