Scene da fumetto

Ieri ho visto una di quelle scene che normalmente uno si aspetta che se ne escano in qualche storia da fumetto, o da libro per ragazze.

Ne ho riconosciuto gli elementi come se fosse stato fatto apposta, il che mi ha strappato un mezzo sorriso. Sarebbe stato cosi’ semplice giocare con la realta’ volendo prendere l’amo di questa ispirazione quasi artistica, lasciandosi tirare in ballo perche’ boh, semplicemente la scena era carina.

Contesto, sei una persona emotivamente stanca, creativa, curiosa, in un ambiente pieno di sconosciuti che si autodefiniscono simili per certe caratteristiche, ma molto diversi da te, molto piu’ egocentrici, fastidiosi, pettegoli, ipocriti. Ogni parola e’ pesata per essere un vanto, per mettersi al centro, o mettere sotto il riflettore qualcosa che li riguardi.

Poco interessanti, davvero poco interessanti, nonostante la quantita’ di anni che si portano addosso, con la mirabile eccezione di un omino dalle origini molto distanti, che semplicemente stava pensando a fare quello per cui era stato invitato, ovvero far vedere e funzionare delle diapositive, cosa che in seguito avrebbe eseguito con senso dell’umorismo, e dimostrando una dose cosi’ ampia di umilta’ e cultura che avrebbe potuto seppellirci tutti i presenti, ma nessuna volonta’ di unirsi a tutta quella fastidiosissima ego race generale.

In tutto questo, nulla spicca, tranne forse dei drappi comunemente usati per pregare, e un’eccellente tortino alle mele.

Poi all’improvviso arriva lui, e non si puo’ non notare perche’ sara’ alto due metri e dieci, non tanto per altro, ha un aspetto comune, forse piu’ affascinante del comune, ma probabilmente quelli sono soltanto i miei gusti. Scende la gradinata e si mette a parlottare con un ristretto gruppo di persone, e mentre tu disegni e ascolti distrattamente quello che capita attorno, ogni tanto lo osservi, perche’ beh, c’e’ qualcosa di piacevole per i tuoi gusti in quel delirio! A parte l’omino di prima, che aveva gia “vinto” gare di spessore esistenziale a cui non aveva mai partecipato.

Cosi’ snocciola una cosa che sembra una spiegazione di quelle delle introduzioni dei manga. “Ah io abito li’, quella porta mal messa”, la porta mal messa che tanto ti piaceva perche’ era un segno distintivo in tutto quell’ostentato finto Non-lusso. Parla di come avrebbe voluto vendere quella casa per andare a vivere con quella che “ai tempi era” la sua ragazza. Che poi magari ne ha un’altra, ma e’ tutto cosi’ nero su bianco, assurdo, forse solo per i miei occhi. Parla di come viva poco la socialita’ esasperata del nostro quartiere, e all’improvviso, smetto di ascoltarlo perche’ mi pare una roba surreale.

Penso che e’ tutto troppo di plastica, una specie di formina che si adatta al mio gusto in maniera quasi ironica, e c’e’ qualcosa che mi stona tantissimo. Saranno i vestiti firmati e perfettamente stirati, sara’ il divertimento distaccato con cui vivo tutta questa scena.

Spicca? Si, in un contesto del genere sembra fatto per spiccare. “fatto per”. E’ interessante abbastanza da provare a parlargli?

No. C’era qualcosa che stonava, e sono sensazioni che non so ignorare.

Ma qualsiasi “buon” libro romantico sarebbe iniziato cosi’, con una tizia introspettiva ed asociale stanca, triste e annoiata che nota un tizio con una porta sgangherata e una dichiarata differenza di comportamento sociale che cerca di uscire da casa sua con successo scavalcando un evento sociale. Ci sono cosi’ tanti spunti!

Anche se non e’ la mia storia, decisamente non la mia.

Abbasso lo sguardo al mio ciondolo e penso a quante storie non sono decisamente la mia. A quanto la mia storia non sarebbe mai incentrata sul romanticismo e sui momenti esteticamente singolari, ma sulle devianze mentali di questo o quel soggetto, sarebbe una cosa sottilmente ironica, una comicita’ basata sul protagonista in modalita’ wtf perenne, e rapporti bellissimi nella loro intensita’ e devianza.

E’ sempre stato cosi’, sara’ probabilmente cosi’ tutta la mia vita.

Non siete voi, sono io. Cioe’, un po’ siete anche voi comunque eh, ma vi scelgo io cosi’, quindi, mea culpa.

Se dovessi fare un fumetto, pero’ lo comincerei ispirandomi a ieri. Magari qualche fiore in piu’, senza motivo, qua e la’.

 

 

 

 

 

 

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Sottovalutare le seconde scelte

Ne so qualcosa di seconde scelte, perche’ nella vita come tutti ho fatto un sacco di scelte del cazzo, specialmente in amore.

Mi sono messa con persone per smuovere la situazione con altre, mi sono messa con il soggetto che mi attraeva di meno fra due, mi sono messa con persone che non amavo, perche’ chi amavo non era disponibile. Se messa davanti a un bivio, ho scelto chi amavo di meno, ma ritenevo meno nocivo.

Me ne sono pentita? Spesso.

Ma non sempre. A volte la seconda scelta e’ stata la scelta migliore. A volte con la seconda scelta sono nate intese che sicuramente con la prima non sarebbero mai nate.

A volte la seconda scelta serve a farci capire che chi mettevamo in cima a suo discapito non meritava quello che poi e’ diventato il suo posto.

Questo semplicemente perche’ quando si incontra una persona, entrambe le persone hanno gia’ un passato, e in questo passato e’ probabile che ci sia gia’ qualcuno. Ma quando ci si incontra, si crea un presente e un futuro dove quel qualcun altro potrebbe anche non avere posto.

Non rammaricatevi se siete seconde scelte. A volte e’ cosi’ che si diventa i primi. Dopotutto, si tratta sempre di essere scelti, per un motivo o per l’altro.

Fatevi piuttosto due conti se eravate voi ad essere primi in passato, ed ora invece no. Magari si puo’ sistemare, ribilanciare, discutere. Ma se non cambia, forse non e’ niente di male. Magari semplicemente nel futuro di quella persona non dovreste esserci voi. Magari puo’ anche non esserci nessuno, d’altronde l’idea che ci voglia una relazione a tutti i costi e’ molto sorpassata.

Ma, pensateci, forse vale anche il viceversa…

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Se ci penso…

Se ci penso, non riesco a credere che sia la stessa persona che piaceva a Veronica.

Ma poi, le piaceva? O se lo faceva andare bene anche se qualcosa stonava? Ed io? Sto forse di nuovo usando un uomo come una tela, su cui creare un dipinto di romanticismo che mi distragga, mi distragga dalla letale indolenza con cui in realta’ in parte reagisco a tutti?

E’ lui a piacermi, o le voci interiori che riesce a zittire?

E lui? Buffo, timido, nervosetto. Assolutamente nessun rischio che potesse sopraffare il mio carattere in nessun modo.

Quando ho smesso di vederlo cosi’? Cosa stavo pensando?

Sono stata davvero cosi’ debole allo strano fatto che mi sembra non invada mai il mio spazio personale? Al fatto che il contatto con lui ha qualcosa di familiare, non sa di sconosciuto, non sa di rischio, anzi, e’ piacevole?

Ricordo per filo e per segno ogni problema che mi veniva confessato da lei e dai loro amici in comune, e tengo a mente, tengo a mente perche’ si tratta, anche se faccio fatica a crederci, della stessa persona. Quel genere di problemi potrebbe darli anche a me, e mi sorprendo che non sia gia’ successo.

Questo penso, si, finche’ quell’uomo vecchio dentro precisino e cinico non sorride come un bambino. Quanto bello puo’ diventare in un solo istante qualcuno che normalmente sembra voler respingere e volersi nascondere da tutto e tutti? E’ come un sortilegio, la sua espressivita’, che si srotola sui normali bianchi e neri di chiunque, salvo quando esprime un inquietante nulla. Non un nulla da bambolotto scemo, un nulla che fa spavento.

E un cappotto di malinconia, che in parte aggiunge colore, in parte ne soffoca tanti.

E’ un dipinto, che gli sto spennellando addosso, o e’ cosi’, e semplicemente bisogna avere la capacita’ di osservare molto per accorgersene?

E se fosse la prima, perche’ sto facendo questa cosa? Non ne ho gia’ avuto abbastanza di invaghimenti per cose che poi alla fine erano soltanto delle fantasie?

Secondo me si, basta, siamo a posto cosi’.

Ma forse e’ proprio questo che causa un delirio ormonale in una persona allo stesso tempo sognatrice e contemplativa.

La cosa buona e’ che, come tutto ultimamente, che sia cosi’ o cosa’ non ha nessuna importanza. E qualunque cosa io faro’, o diro’, non cambiera’ niente. In parte e’ frustrante, in parte mi leva di dosso la responsabilita’ di quello che succede.

Magari il lato fisico e’ contrariato e stressato, ma quello che si autogiudica e si autoattribuisce il controllo su tutto (“AAHAHAHAAHHA tu fai sempre lo stesso errore! Non hai il controllo di NIENTE!” – Avevo 14 anni, non l’ho ancora imparato), puo’ farsi una vacanza.

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Serve intimita’, ed espressione

Ultimamente, sono tornato su Second Life. Scrivero’ questo articolo in maschile, perche’ in questo momento parla il lato di me che da vita al mio avatar, che altro non e’ che me, ma con la “faccia” dei miei tumulti interiori.

Un amico diceva una volta che chi entra su Second Life ha bisogno di qualcosa. Io ribatto sempre che tutti abbiamo sempre bisogno di qualcosa, quindi non e’ il caso di darsi a facili demonizzazioni sugli abitanti di quel mondo virtuale.

Resta il fatto che in questo momento della mia vita, come e’ giusto che sia, sono un po’ scombussolato e sto cercando di capire quali siano le mie necessita’ (non pratiche, quelle pratiche sono facili da vedere, e anche meno difficili da risolvere di quanto si pensi), perche’ quando una persona le identifica, e’ sempre a buon punto.

Sono giunto alla consapevolezza che al momento serve intimita’, e serve espressione. E’ difficile essere se stessi in un contesto in cui tutto cio’ che ci circonda vive in un modo in cui tu non vivresti. Avviluppato in fretta, ansia, negativita’ e rumore, per esempio. E non c’e’ modo di chiudere la porta e lasciare tutto questo fuori, perche’ non c’e’ uno spazio nel quale rifugiarsi per difendersi da questo veleno, come una nube che pensa di avere tutto sotto controllo, ma alla quale sfuggono in realta’ i dettagli piu’ palesi, perche’ sono cose che non la nutrono.

Molto spesso mi si rimprovera di esagerare quando esprimo un concetto, ma l’esagerazione e’ senza dubbio l’elemento che mi consente di esprimere al meglio la sensazione che le cose danno addosso. Non e’ poco l’effetto che hanno, non e’ corretto sminuirlo solo perche’ nonostante questo io sto in piedi e riesco a stare mediamente bene. Questo non cancella il problema.

Mi rendo conto che al momento nella mia vita esistano veramente poche persone che potrei definire mie amiche cosi’ tanto da tenerle vicine alla mia intimita’. Meno di quante ne esistevano un tempo, per un motivo o per l’altro. Alcune delle persone che piu’ mi erano vicine non sono nel contesto giusto per vedere cosa capita con i loro occhi, sono direttamente andate per strade diverse, o quant’altro, e il ricambio e’ molto flebile.

E fra quelle ed altre persone, c’e’ sempre tanto delirio e poco tempo (nonostante stati di relativa liberta’!) di frequentarsi. Io vivo il paradosso di non essere una persona socievole, ma di essere una persona sociale. Mi rendo conto che detto cosi’ ha poco senso, cerchero’ di spiegarmi.

Io sono una persona “trigger”, e faccio di questo uno dei miei motivi di orgoglio piu’ grandi. So come fare a scuotere persone rimaste in depressioni lunghe secoli, so come fare a donare un po’ di riflessioni, e una molla che spinga a migliorarsi, rendersi piu’ forti, piu’ sereni. So come fare una marea di cose, anche se non le ho mai fatte, paradossalmente, ho la certezza di essere in grado di aiutare a svolgere un’ampissima gamma di compiti ed affrontarne una altrettanto vasta di doveri e rogne.

Do il meglio di me quando riesco a fare questa cosa, e non gratuitamente, sicuramente il pagamento che ne ricevo e’ una buona carica di autostima, e una valanga di esperienze ed insegnamenti. Uno scambio vantaggioso da entrambi i lati, e spassionato, sereno, buono. Ma non potrei mai farlo se percepisco nelle altre persone sfiducia e un senso di inesatta superiorita’. Non sono spinto a fare altro che lasciare questo genere di luminari nella loro melma, e non ce li faccio affogare pigiando col piede soltanto per pieta’ cristiana.

Per di piu’, non essendo io una persona infallibile, ho bisogno che questo scambio avvenga con persone che a loro volta sarebbero capaci di essere dei “trigger” per me. Possibilmente non nella maniera in cui lo fanno i bulli, perche’ con me non funziona, tutto cio’ che genera e’ nervi, sensazione di vessazione e desiderio di vendetta. Ma questo la nube non e’ in grado di osservarlo, e’ piu’ semplice assegnarmi un carattere che non possiedo, come se fossi di mio nervoso, sfiducioso, inflessibile e vendicativo ad cazzum.

Second Life, tragicamente, non sopperisce a questo bisogno, non potra’ mai farlo completamente. Anche se in passato ci ho conosciuto persone con cui poi si e’ instaurato un rapporto di questo genere. Quello che Second Life e’, e’ espressione, creativita’. Quando non puoi essere il meglio e il peggio di te, per un motivo o per l’altro, serve un modo per ricordarti o dimenticarti le sensazioni che compongono il tuo io. Per lasciarle impresse da qualche parte dove siano osservate, anche, magari non comprese, ma sicuramente osservate, sfogate. Siamo una collezione di nessuno sia li’ che qui, ma li’ si e’ dei nessuno decisamente pittoreschi, e non e’ importante essere qualcuno. Quantomeno, per me.

Due scatti, due interviste, due chiacchiere che abbiano un senso, e non siano necessariamente degli scambi di parole “per intrattenimento”, senza un perche’, senza un pensiero, senza un’opinione reale, e il me che ha bisogno di vedere un po’ di intensita’ nelle cose e’ allegramente appagato. Quel tipo di “ardere” che non e’ fatto di “ansia”, qualcosa con cui mi configuro meglio, e qua fuori non sempre c’e’. Non so spiegarmi perche’, ma pare molto raro da trovare, anche in persone che, avendo vissuto piu’ cose, in teoria dovrebbero aver imparato a vivere un po’ meno di frivolezze. Non dico del tutto senza, nessuno l’ha mai ritenuto ne’ possibile, ne’ lecito, ma un po’ meno.

“Sentire, e fare attenzione, ubriacarsi di amore, e’ una fissazione, e’ il mestiere che vivo, e’ l’inchiostro aggrappato a questo foglio di carta, di esserne degno e’ il mio tentativo.”

Ci sono canzoni che non smettono mai di descriverti. E la vostra qual’e’?

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Specchio, 33 anni

Mi piacciono le rughe.

Direte, “facile farsele piacere quando hai una faccia che ti fa sembrare una diciottenne a malapena.”… Si, se si osserva male, forse.

Mi piacciono sugli altri, perche’ dove e come sbucano parla di come hanno vissuto. In generale sono sempre stata una fan delle imperfezioni. La perfezione e’ fredda, la cura in eccesso spersonalizza, trasforma in maschere appariscenti, ma spesso poco espressive.

Quando per questioni di necessita’ tolgo le mie super caratteristiche occhiaie dalla mia faccia (“Perche’ ti trucchi sempre come un panda?” “Ma, veramente quello che vedi sono le mie occhiaie, non e’ ombretto” “………………..”), sembro automaticamente un’altra persona. Molti direbbero che e’ un bene, a me non pare, a me pare una specie di bambina dalla faccia bambolosa senza troppi perche’.

Non mostra il mio stile di vita, che e’ tipico di un’informatica nottambula perennemente stanca e si, con le occhiaie. La mia vita e’ costellata, come quella di tutti, da piccole e grandi fatiche, fisiche e soprattutto mentali. Perche’ fare finta di no?

Inoltre lo scalpello del tempo inizia ad accentuare la mia bitch resting face, la zona attorno alle labbra (perennemente imbronciata, ma perche’ e’ la forma del viso che e’ cosi’, non io che non sorrido) e i solchi che partono dalle narici. Avvicinandosi, perche’ bene o male sarebbe strano si vedessero gia’ da lontano, si iniziano gia’ da diversi anni a notare dei solchettini che evidenziano l’accigliamento perenne delle mie sopracciglia. Un giorno questi tratti saranno enormemente accentuati, e le mie guance decideranno che seguire gli zigomi verso una certa forma pronunciata in alto e verso l’esterno non sara’ piu’ quello che vogliono fare.

Quando succedera’, non credo riusciro’ a prenderla male. Cosi’ come non sto vivendo con disagio questo, e qualche filo argentato fra i miei capelli naturali.

Tutto questo nascondere, nascondere, nascondere, cercare di ritardare, fermare, contrastare, perche’?

Perche’ c’e’ questo delirio di essere ammirati o considerati giusti per cose che non si e’? Perche’ si accetta un mondo in cui se vai in giro come madre natura ti ha fatto, pensano che sembri malato e stanco, o danno per assunto che tu sia incapace di tirarti a lucido se solo ne avessi una traccia di voglia?

A me piace il mio viso senza trucchi e senza inganni, lo trovo bellissimo, nonostante le rotondita’, le occhiaie, l’espressione non sempre pubblicitaria.

“Truccata stai benissimo, sembri un’altra persona”. Ma certo, perche’ truccata SONO un’altra persona, e non comprendo come possa essere cosi’ difficile da concepire che io non voglia esserlo.

 

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Tick-tack

Mi rendo conto che ormai riesco a misurare il tempo che ci metto prima di sentire questa cosa, questa forma di malsana necessita’.

Un giorno o due di chat, e un paio di settimane o tre dal vivo.

Poco.

Non sono sicura di voler assecondare questa cazzata della mia testa. Non che al momento stia subendo nessun tipo di danni, ma mi rendo conto che guardando al futuro la cosa ha premesse gia’ viste.

Sono abbastanza sicura di non aver visto cose che non ci sono, ma al contempo percepisco nel target la stessa incertezza e pigrizia mentale che colpisce me quando penso che potremmo essere altro. Eppure sono convinta che non sarebbe male, e al contempo, mi rendo conto che non lo so. E allora cosa cavolo sto facendo?

La piu’ triste delle verita’: i sentimenti non bastano. Nascono da necessita’. Creano ossessioni riguardo alle necessita’. Ma e’ questo un modo adatto per risolvere le cose? Forse quello che piu’ e’ in grado di far muovere gli ingranaggi.

Ma non possono muoversi solo i miei. Voglio una chimera impalpabile che stia li’ e non rompa troppo il cazzo? Piuttosto che qualcosa che rischia di sminchiarsi in maniera cosi’ epica, preferisco il niente? Non credo.

Forse e’ solo l’amarezza della consapevolezza che io posso anche fare i salti mortali con avvitamento, ma la decisione non e’ mia.

Sul mio braccio ho una promessa vecchia di diversi anni, fatta a me stessa: Qualsiasi tipo di caos questa cosa avesse portato nella mia vita, io l’avrei affrontato e basta, perche’ ne vale la pena.

E sono convinta che ne valga la pena, penso di aver conosciuto una delle persone con cui vado piu’ d’accordo, e non soltanto perche’ ci frequentiamo “non abbastanza per starci sul cazzo”. L’intesa e’ una cosa che si capta subito.

Poi pero’ vedo questi miei comportamenti cosi’ poco “miei”, ed inizio a preoccuparmi. Voglio diventare piu’ forte, piu’ felice. Aiutera’, o sara’ un altro stupido punto debole? Dovrei allontanarmene, per evitare di infilarmi in una situazione che potrebbe precipitare?

Non lo so, non credo sia saggio ne’ fare quello ne’ restare cosi’. Mi rendo conto che se aspetto che questa cosa passi da sola, divento vecchia. Eppure ogni volta che mi guardo in giro, seppure con le migliori intenzioni, la piu’ sincera apertura…

Mi sento cosi’ aliena a questa gente. Sempre…

Non riesco a sentire l’impressione che qualcuno sia sulla mia lunghezza d’onda. E’ un problema lungo decenni.

Percio’ anche se si trattasse di starci senza nessun guadagno, meglio stare sulla mia lunghezza d’onda… con chi riesce a starci.

Con quella punta di rammarico perche’ probabilmente questo e’ quello che pensava di altra gente. Alberi, comparati con semi.

Posso essere anche io un albero, un albero nel giardino giusto pero’. Magari diverso, magari non proprio come quello selvatico che voleva, tutto sommato lui non e’ certo un albero perfetto. Magari cresco anche meglio, chi lo sa. Finche’ resto un seme, o malapena una piantina, non c’e’ vittoria, e ho come  idea che un po’ si voglia che resti cosi’.

Non e’ intellettualmente onesto comparare un seme con un albero, dopotutto. Io non l’ho fatto, o pure lui sarebbe stato cosi’ poco… Ma cosi’ poco rispetto a gente che non “ho”, o che non esiste piu’…

Ma penso che mi portero’ questa piccola amarezza addosso, cercando di farla scivolare via.

Chissa’, prima o poi se ne andra’.

 

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Ah ecco.

Ora ho capito come sara’ possibile che  io non andro’ a vivere in quella casa. Certo che le mie sensazioni paiono non sbagliarsi mai. Pazzesco.

Mi e’ stata fatta una simpatica minaccia sulla quale mi e’ stato chiesto di riflettere come se avessi un’effettiva scelta. Le beffe della vita sono abbastanza simpatiche a volte.

Per aiutarmi, mi rendo conto che la tiritera che ci si ripete in testa da non ho idea quanti, troppi anni, sia “per aiutarmi”, i signori genitori vogliono costringermi a finire in una clinica per obesi nella quale sarei basilarmente chiusa e “seguita” senza possibilita’ di avere una vita pseudonormale nel frattempo, accusandomi di non voler risolvere i miei problemi e tante altre belle cose che poi si sono prontamente rimangiati neanche 5 minuti dopo averle dette, ma so che pensano, ed e’ una cosa che non sta ne in cielo ne in terra.

I patti erano diversi, e io non mi sento aiutata, mi sento tradita.

I patti erano diversi non tanto perche’ ommioddio voglio scappare, i patti erano diversi perche’ io ho gia’ passato diversi anni in situazioni di reclusione lontani dai posti e dalle persone che amo. E in queste situazioni sono stata cosi’ tanto abbattuta che mi sono spenta. Qualsiasi sia il motivo, e qualsiasi siano le conseguenze se io non lo faccio, io non voglio ritornare in una situazione di quel tipo. Sola, seguita da sconosciuti e infilata insieme a sconosciuti di cui non me ne frega un cazzo perche’ sono fatta cosi’, non me ne frega un cazzo, io non duro molto prima di diventare un’ameba senza volonta’, senza impulsi e totalmente priva di gioia. Tantopiu’ in una situazione difficile da gestire, se non mi sento come se avessi a portata di mano le persone a cui tengo di piu’, e non della gente che non mi interessa come e perche’ e’ pagata per “aiutarmi”, sono semplicemente persa.

Per di piu’ ovviamente l’idea di non poter uscire da un posto per motivi che sono completamente privi di senso (“Eh ma poi hai tentazioni e ma poi non ti seguono 24/7”, a-ha? Perche’ appena uscita non ho tentazioni poi, no… “Eh ma cosi’ puoi concentrarti SOLO su questo” non ho nessuna intenzione di passare 3 mesi della mia vita – SE sono 3 mesi, ma poi figurati, ormai mi aspetto di tutto e non mi fido piu’ di niente – di SOLA merda senza nessun sollazzo, mi dispiace. E per sollazzo non intendo mangiare, che sia chiaro, ma chissenefrega, non e’ neanche lontanamente il punto.)

Se non altro perche’ ho passato GIA’ ABBASTANZA tempo della mia vita in isolamento in qualche paesino di merda, o lontana dalle persone a cui voglio bene, e il risultato e’ sempre stato lo stesso. E’ un risultato che non rivoglio nella mia vita.

Ero cosi’ CONTENTA, cosi’ contenta porco giuda, di essere di nuovo qui a Milano, di poter vedere Elena per ogni piccola emergenza, di poter vedere Diego quando meglio ci girava, di aver mantenuto un rapporto buono e spiritoso con Riccardo, di poter stare con le RARE, RARISSIME persone con cui io mi trovo bene al 100%, e non solo attraverso uno stracazzo di monitor, potendo effettivamente vivere qualcosa con loro, in un posto che e’ oggettivamente pieno di stimoli e bellissimo. Per molti e’ una cosa normale, per me non e’ normale, e’ una gioia fuori dal comune, che nella vita prima di adesso mi e’ capitata troppo raramente. Troppo raramente. Volevo assaporarmela, onestamente, un po’ di piu’ di due secondi prima di capire che sarei stata di nuovo allontanata da questo, per giunta completamente contro la mia volonta’. Per i “pochi mesi” che per una persona che soffre, e che altrove viene sottoposta ad ulteriori sofferenze, sono una strafottuta eternita’. Questa e’ una cosa che mi distrugge, e quello che mi distrugge di piu’ e’ che e’ anche per un motivo sul quale sarei stata dispostissima a lavorare, ma non cosi’. Non cosi’ cazzo. I patti non erano questi, questo e’ uno sgambetto infido, questo e’ un tradimento della mia fiducia. E *SCEMA* io a fidarmi che le cose potessero effettivamente andare una volta tanto come ero disposta ad affrontarle, non con qualche complicazione infame del cazzo nel nome del “mio bene”. Scema, non dovevo neanche pensarci.

“E’ l’unico modo” solo nelle teste bacate di chi e’ sempre stato fissato con sta storia senza capire cosa comporta realmente. Ma come al solito sono io che prendo cose sottogamba e non capisco cosa comportano le cose. Peccato che in questo caso specifico io fossi stata per esempio L’UNICA a capire e CREDERE realmente che tutto questo casino e’ nato da dei disagi fisici che semplicemente dei medici incompetenti e cazzoni NON hanno visto finche’ non e’ stato troppo tardi. Ma per spostare il focus da sta cazzo di fissa di infilarmi in qualche posto perche’ “il mio problema e’ quello” ho dovuto IO impuntarmi che non avrei fatto un plisse’ prima delle giuste indagini. E anche questa volta saro’ IO a dovermi impuntare perche’ le cose vengano affrontate in una maniera che non sia definibile come panico, essere rimasti a una versione di me che aveva 10 anni in meno, e irragionevolezza.

E poi la grande beffa. A cosa dovrei pensare adesso? Non riesco a convincermi che questo sia lavorare per me stessa cosi’, non e’ il metodo che ho scelto e non e’ un metodo che sceglierei MAI. E’ solo una tortura senza senso, una trappola, ed istintivamente sarei portata invece a dire “sapete che c’e’, sono stata ingenua.”, prendere tutto e sbatterlo da qualche parte, e dormire sotto un ponte.

Ma oh, la magia della sob story che c’e’ nelle loro teste su questa cosa e’ probabilmente la cosa piu’ agghiacciante di tutta questa situazione. Ci credono, che se non venissi rinchiusa in qualche posto “non ce la farei perche’ non ce la fa nessuno”. Come se non fosse possibile seguire una persona e dirle che fare se non la ricoveri. A sto punto arrivo a pensare che semplicemente non vogliano avermi fra i coglioni nel frattempo. Cosa che, per carita’, capisco, ma parliamone, non e’ che a me diverta, a sto punto vado a dormire da qualche altra parte…

Ma cosi’, chi ce la fa? Anche rinchiusa in qualche posto? Con questa cosa che la motivazione la sotterra sotto una VALANGA di amarezza con ritorni di amarezze passate?

Le condizioni sono quelle punto e basta? Benissimo, avete trovato il modo di non essere piu’ in difficolta’. Congratulazioni. Io non mi lascio infliggere sta cosa, non mi interessa cosa pensate che sia.

Non so in quale miracolo sperino perche’ questo mi risulti piu’ palatabile. Solo una persona che non sente particolarmente i legami con quello che vive potrebbe trovare accettabile l’allontanarsene per mesi, specialmente se l’ha appena appena ritrovato.

“Ah, sono libera, poi a settembre andiamo a parlare con la nutrizionista, forse per una volta le cose andranno ben—” “Ti propongo un carcere in cui non possono neanche portarti le arance per tot mesi. Oh ma, dimagrisci. Vedrai che poi magicamente si risolve tutto! E sono cosi’ scemo che ci spendo anche un sacco di soldi!”

Ambhe’! Guarda firmo subito!

Che poi “ti propongo” e’ scorretto, “Ti impongo”.

Ma neanche per idea.

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