Ritratto di una depressione misteriosa

… che, come diceva qualcuno, non e’ poi tanto misteriosa.

Fare la doccia stamattina e’ stata un’idea proprio figa. Chissa’ se le persone che non “fanno schifo” come me si rendono conto veramente di quanto speciale possa essere un gesto del genere.

Il profumo dolcissimo del mio balsamo alla vaniglia.

Cerco un pensiero banale, ma utile, come quello di lasciar fluire via lo schifo che mi sono accumulato addosso anche mentalmente, in queste settimane. Il blocco, il momento di stop, il groviglio di sudore e polvere mentale. Tutto via, lavato da un’acqua tutto sommato probabilmente contaminata da non so che, ma sempre meno contaminata di me.

E un gel-liquido verdastro che vorrebbe essere un docciaschiuma.

Mi torna in mente con un sorriso la faccetta di certa gente all’orrore dei miei capelli sporchi, delle mie magliette piene di pelo di gatto.

Ma che forza avete voi, quanta stima, per fare tutto questo costosissimo e fastidiosissimo lavoro di manutenzione, a volte anche folle, nel tentativo di risultare perfetti o quantomeno accettabili. E ogni giorno che han fatto gli dei spogliarvi delle vostre difese, guardarvi allo specchio riconoscendo la propria immagine con la curiosita’ del meccanico. Serve un’aggiustatina qua, un po’ di cerone la’, un po’ di crema qui…

Asciugarsi, mettersi i capelli in piega. Rovinarli con prodotti chimici di ogni tipo che dovrebbero curarli. Danneggiare lo smalto dei denti cercando di non farlo danneggiare alla carie. Lavarsi non per togliersi una sensazione di sporco, ma per ostentare una sensazione di pulito. Coprire il naturale odore del proprio corpo con cio’ che meglio garba. Oggi siete un fiore, domani, chissa’.

Tenere a bada peli e barba, combattere qualsiasi tipo di inestetismo come fosse una vera battaglia. Inestetismo, che parola spaventosa, eppure, non ci bada nessuno. Imperfezioni da combattere in una perenne lotta con se stessi, perche’ non siamo certo nati in un mondo in cui la “perfezione” e’ una cosa che esiste. E per voi questa battaglia funziona un gran bene, ma io vi invidio una cifra.

Io devo cercare in qualche recondito angolo della mia testa l’impulso anche soltanto a liberarmi di quel pizzetto da adolescente che a me in fondo piace tanto, sembra di essere baffuti, ma in maniera non irriverente, come dei gatti.

Eppure e’ una mostruosita’ intollerabile! – Facciamo che per oggi resta li’.

E’ questo che manca, comunque, quanto spaventoso puo’ essere uno stato come questo? L’impulso, la scintilla, l’entusiasmo. Non certo la forza, o la consapevolezza. Si sa bene cosa si dovrebbe fare, come, perche’. Eppure il cervello lavora abbastanza in risparmio di energie, e lo sforzo che impiega a formulare tutta questa consapevolezza e’ “gia’ abbastanza”, tutto cio’ che sei portato a volere e’ il chiuderti in un mondo in cui, per un po’, tutti gli stimoli esterni che ricevi sono positivi o distraenti. C’e’ voglia di voltare le spalle alle cose. Perche’ mobbasta.

E badate, tutti abbiamo il diritto di voltare le spalle alle cose. Il problema e’ quando ci si fossilizza cosi’, e da un momento di “pausa”, di cura, di ripresa delle forze, la cosa inizia a diventare qualcosa di drenante ed alienante.

E non si fa che stordirsi, e dormire.

E il resto e’ quel tanto/poco di bene che posso dedicare alle persone che mi stanno intorno, quando anche loro, povere anime, hanno la forza di starmi intorno, fisicamente e mentalmente, la possibilita’ di essere presenti, il dono piu’ grande che mi si possa mai fare.

Perche’ io ho questo bug super apatico probabilmente sin dall’infanzia. A me, onestamente, della vita di per se’, per come la vive la maggior parte della gente, frega poco, molto poco. Ho una mia concezione molto “storta”, molto particolare delle cose, principalmente perche’ ho l’immenso privilegio di potermela permettere. Ho, e combatto per mantenere, il tempo per fermarmi a pensare.

Quello che mi interessa sono le persone.

Nessun tramonto sara’ mai bello come il tramonto che non ti devi sforzare a raccontare, o cercare di fotografare, ma quello che ti provoca un’emozione che puoi *condividere*. Magari con qualcuno che non lo vede affatto come te, ma diamine, non sei comunque l’unico davanti a quello spettacolo.

La differenza sottile ma importante fra il “che figata” e il “Guarda che figata”.

Nel limite delle mie condizioni fisiche, niente riesce a mettermi in moto come l’esigenza di qualcuno che io mi metta in moto per assisterlo, anche se le mie capacita’ in merito sono principalmente psicologiche, e al contempo non c’e’ niente di piu’ svilente del rendermi conto di non poter offrire molto piu’ di questo, nei momenti in cui sarebbe utile.

Cosi’ una volta che le persone che mi circondano smettono di circondarmi, o se la cavano tutto sommato bene, senza dubbio meglio di me, a me non resta che fare.

E la soluzione e’ semplice e banale come rivolgere lo stesso tipo di attenzione verso me stesso. E si fa, si fa anche, nella mia maniera un po’ svitata. Ma perche’ farlo se poi non servo a niente, non sono parte di niente? E non e’ un’accusa per nessuno, e’ un problema principalmente mio, tendo a scivolare via dalle cose, o non sentirmi mai propriamente “dentro”.

Cosi’ quando giro la sedia decidendo che e’ il caso di smettere di voltare le spalle alle cose, la stanza e’ vuota, nonostante io viva con una persona.

Ma tutto questo sta per cambiare di nuovo.

Spero.

Nel frattempo facciamo che rigiro la sedia. E il resto, domani. Domani.

Chissa’ se bastera’ una doccia a sciacquarsi via questa tristezza.

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Informazioni su Keishiro Yukikaze

Just your regular twisted egomaniac
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