Casi ciclici e tempo perso

Il sogno di oggi e’ stato brillante e chiaro, una ripetizione, in un contesto piu’ merdoso e assurdo, di tutto. Una simbologia che crea una sinfonia intrisa di rapporto fra reale e virtuale, e di grottesco, una commedia esasperata della mia stessa vita.

Quel mantra malaticcio del “tu non sei qui, e va bene cosi’ “.

Casi ciclici come tentativi di catarsi, un ripetersi eterno della merda che non riusciamo a scrollarci di dosso da bambini. Casi ciclici fatti di gente che subisce il nostro entusiasmo manipolativo con maggiore o minore positivita’, che si ritrova senza saperlo sulle spalle il nostro bisogno di rattoppare la nostra vita, e la forza estenuante con cui cerchiamo questo o quello per riparare crepe, pronti ad usarlo come uno strumento della nostra “salvezza”.

Ma salvezza da cosa?

Non e’ certo l’incapacita’ di renderci conto che le persone desiderano uscire dalla nostra vita, dal nostro riflettore, la cosa che ci tiene legati ad esse. E’ la necessita’ di essere piu’ forti di questo, il desiderio di sorpassarlo, domarlo, cambiarlo.

Rendere persone del tutto indipendenti qualcosa di dedicato a noi, in alcuni casi, persone che danno la sensazione di essere “superiori”, (o di ritenersi tali, apertamente o meno) delle persone che hanno bisogno di noi, e miracolosamente pensano a noi con orgoglio affetto e stupore.

Ognuno ha i suoi motivi per crearsi il suo caso ciclico, ognuno la sua toppa da piazzare a situazioni che sa bene che non rattoppera’ mai.

Puo’ essere la sensazione di distacco, la paura dell’abbandono, la mancanza di complicita’, la difficolta’ ad affrontare la vita con una persona tossica ed egoista al suo interno, il desiderio di sentirsi ancora dei “geni”, i regali di Natale che si diradano, l’affetto venuto meno o mai ricevuto quando piu’ se ne aveva bisogno, il desiderio di diventare come qualcuno che ammiriamo.

Siamo tutti intrappolati nell’eco delle nostre tristezze. Pesantemente intrappolati. E questa trappola non cerchiamo di risolverla con la situazione che l’ha generata, molto spesso semplicemente non e’ possibile, cerchiamo di ricrearla finche’ non la riusciamo ad aggiustare, rompendoci l’anima tutto il resto della nostra vita.

Le persone piu’ intelligenti imparano a lasciar andare i problemi, in questo mi sento veramente molto stupida.

Quanto tempo della nostra vita abbiamo perso per persone che, forse, per qualche mese sono state anche contente di correre nel nostro praticello, ma poi ci hanno sommersi di commentacci, piazzati in un angolo, ci hanno lasciato la manina, e con essa ci hanno salutati tanti, troppi anni prima di quando saremmo stati disposti a lasciarli andare?

Per quella manina noi avremmo ribaltato il mondo, e la vediamo persa invece in questa o quella distrazione, lontano da noi, in un posto in cui sta un sacco bene o un sacco male, non importa, quello che importa e’ che in quel contesto la nostra assenza e’ un fattore che pesa in maniera estremamente relativa, se non addirittura zero.

E noi non possiamo che guardare questa cosa ripetersi, ripetersi all’infinito, senza il fiato per dire “torna qui, cagami”. Ma siamo noi ad infliggerci questo.

Noi che a furia di rivederlo siamo anestetizzati, e semplicemente induriamo lo sguardo e ce ne andiamo finche’ non smette di darci fastidio. Noi che questo fastidio lo generiamo con orgoglio e distacco, alimentiamo la nostra condizione con l’incapacita’ di chiedere, e l’incapacita’ di pensare che tutto sommato sapremmo “salvarci” da soli.

Noi che dovremmo davvero riconoscerci a vicenda e tenerci per mano, vivere un po’ piu’ di cose insieme, invece di star qui ad aspettare che l’altra persona dimostri di volerlo fare.

Ma anche questo pensiero e’ un generatore di casi ciclici. Non e’ che la voce di tante tristezze…

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Informazioni su Keishiro Yukikaze

Just your regular twisted egomaniac
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2 risposte a Casi ciclici e tempo perso

  1. Forse, noi non possiamo salvare nessuno, tanto meno noi stessi… La salvezza è una vecchia storia d’asservimento, più o meno piacevole o legalmente spacciata come tale. Si tratta forse di accettare i cicli ed anche che magari non siano come noi li vediamo. Sappiamo quando iniziano e quando finiscono a cosa servono? Lo possiamo sapere? Ed anche, siamo sicuri che una ripetizione sia veramente tale e non abbia in sé un seme infinitesimo di trasformazione? Il nostro punto di vista traduce per noi dinamiche e le descrive, diamo una scenografia alla nostra vita, ma chi è veramente il regista? Non ho risposto a queste domande, e non cerco più una risposta intorno a me. Come dici la voce dell’anima è il silenzio, che non circoscrive un punto di vista, dà spazio alle dinamiche nostre ed altrui, che registrano e danno regia alle nostre vite. nel teatro di questa dimensione “reale” (illusoria). Qui, in cui tutti sono mascherati, hanno un ruolo, lo assumono e lo riconfermano agli altri. Chi cerca di svestirsi liberandosi della pantomima o lo chiede agli altri, viene ……ricondotto al suo ruolo, vestito, rimascherato, altrimenti diventa indesiderato (perfino come vittima) o invisibile.
    Cosa può fare, allora? Continuare il gioco, da diversi punti di vista, saltando, restando senza nessuna “manina”, ed alla fine probabilmente senza gioco, provando cosa significa vivere oltre il gioco? Accettando l’avventura qualunque sia? 🙂
    Un abbraccio.

    • Keishiro Yukikaze ha detto:

      Sempre preziosissimo il tuo punto di vista, anche e soprattutto perche’ molto “fuori dal coro”. Essenziale, sempre, il valore di una “non risposta”, del “non teatro” in tanto fracasso… Accettiamo l’avventura, dunque! – Ricambio l’abbraccio.

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