Il Disagio

Ho bisogno di sfogare i miei pensieri anche oggi, non per altro, ma perche’ mi vengono fuori in maniera ricorrente ogni qual volta che mi sto apprestando ad affrontare una fraccata di cose che non voglio assolutamente fare.

Attenzione, si noti che il mio “non voglio assolutamente fare” e’ uno stato d’animo che prende in considerazione e non dimentica il semplice fatto che a) nessuno in realta’ voglia farle e b) non importa il fatto che non voglia farle, perche’ vanno fatte lo stesso. Sono stanca di sentirmi paternali appassionate su come devo vivere, come se non fosse perfettamente chiaro. Vorrei ricordare a chi cerca di farmele che non sono scema.

Questo tuttavia non riesce a cancellare il senso di profondo disagio che questo mi ha sempre causato. Sempre, sin da piccola, tanto che a volte ho il dubbio di avere io qualche malattia mentale, perche’ tutti riescono sempre a fare questo genere di cose come se fosse la cosa piu’ naturale del mondo, integrarle nel loro concetto di normalita’ senza questionare, liquidando qualsiasi resistenza intellettuale con un “perche’ si deve”. E io invece non ci riesco, “perche’ si deve” non ha mai funzionato con me, e non funzionera’ mai. Non posso far finta che sia “normale”, non e’ “normale” per me.  Non e’ cosi’ che funziono io, e sono abbastanza certa che, prima di entrare a contatto con tutta una serie di dinamiche che ti creano problemi per venderti delle soluzioni, neanche gli altri funzionassero cosi’.

Perche’ la mia personalita’ non si sia sgretolata contro queste pressioni, non so dirlo. So che ne ho sempre fatto tesoro, so che questo non mi ha mai portato nessun vantaggio pratico effettivo, anzi. Fattosta’ che cosi’ e’, che non c’e’ “alla lunga diventi la maschera che indossi” che conti, no, mi state forzando ad essere qualcosa, quel qualcosa sara’ me solo e soltanto nel momento in cui sara’ necessario. Veramente necessario, non necessario se no Tiziocaio si offende e non mi parla piu’, prego, per favore, offenditi.

Sono figlia unica. Sono depressa, e sola da una vita. Quel tipo di solitudine che tutto sommato penso sentano tutti prima o poi, quello in cui hai amici, una famiglia, e hai pure dei compagni. Magari li senti ogni giorno, li vedi ogni giorno. Magari senza volerlo contribuiscono a metterti addosso un senso di totale inadeguatezza. Magari anche volendolo, coperti dalla grande giustificazione che e’ “per il tuo bene”, perche’ loro sanno cosa e’ giusto che tu sia. E tu sei sbagliata.

Quel tipo di solitudine in cui ti abitui anche a vivere in un certo senso, inizi a diventare una specie di creatura contemplativa. Perche’ e’ questa la sensazione che ti da, tu stai guardando tutte queste cose attorno a te, queste persone che dicono questo e quello, e ti guardi a destra e a sinistra, per vedere se qualcun altro e’ basito come te. E non c’e’ nessuno, nessuno dalla tua parte. Qualcuno ogni tanto ti difende, ma sempre dall’altro lato della barricata, perche’ non ci riesce, non riesce a pensare come te, che sei una bambina piccola, ed e’ abbastanza evidente che comunque NON pensi neanche come una bambina piccola.

Allora metti tutto in slow motion e inizi a pensare a come questo ti faccia sentire, accogli le critiche e ti metti in discussione, ma sempre in profondo contatto con la sensazione che questo ti da. Il disagio.

Rispondi, metti in dubbio tutto, cerchi di schermarti con una scherzosa forma di rabbia ed arroganza, non sai come gestirti questa sensazione di distacco. Vuoi che gli altri siano intorno a te, e invece li senti dietro una specie di vetro infrangibile di incomprensione, di non ascolto, di differenza.

Molti quando mi sentono parlare cosi’ mi attaccano immediatamente con qualche commento sarcastico tipo “Ma certo, you sweet precious unique snowflake…”, ma veramente non sto cercando di definirmi come “unica”, anzi, la mia speranza e’ proprio che non sia cosi’. Mi sto semplicemente limitando a descrivere nel modo piu’ efficace possibile una sensazione che ho addosso da quando ero molto, molto piccola. Non sono sicura che un bambino si debba sentire cosi’, per qualche ragione.

In tutto questo rumore, inizi a cercare il silenzio, e trovarti bene in esso. Inizi a cercare solo quelle poche persone miti che riescono a portare parole che ti siano familiari, in questo silenzio. Quelle che ti sembrano dietro a UN vetro, non due o tre rispetto a te. Perche’ alla lunga e’ davvero spossante, davvero molto spossante avere a che fare con le altre.

Non ti sai spiegare, e hai la netta sensazione che la tua spiegazione comunque non interessi.

Nel silenzio invece, si possono fare tante cose. Innanzitutto, e’ molto piu’ semplice pensare in maniera lucida e concentrata. E’ piu’ facile osservare, immaginare, elaborare. Piano piano sparisce un vero e proprio concetto di “noia”, perche’ qualsiasi cosa tu NON stia facendo, la tua testa comunque macina, e non le servono stimoli esterni particolari per farlo.

Basta una formica.

Una fila di formiche.

Ci sono momenti in cui sei piu’ che contenta di avere a che fare con gli altri bambini, e altri in cui francamente, stavi guardando le formiche.

Non e’ accettabile. “Tu a volte sei simpatica, a volte davvero antipatica, sai? Non stai facendo niente, perche’ non vuoi giocare a nascondino?” – Perche’ non ti conosco, e non ho voglia di correre ora. Besides, formiche? Ho trovato un formicaio, e’ molto interessante sai?

Niente, la bimba e’ gia’ andata.

Ma e’ veramente interessante, riesco a vederne, e a danneggiarne un po’ per pura curiosita’, soltanto la superficie. Ci sono cosi’ tante formiche, chissa’ che struttura di gallerie enorme c’e’ la sotto… Avranno dei posti dove tengono le briciole? Altri con delle casette?

Torna la bambina. “Visto che sei antipatica, ho chiesto a Jacopo di giocare con me!”…a chi?

Sto zitta, perche’ sto zitta, e’ uno dei miei lati peggiori. D’altra parte mi hanno gia’ chiaramente detto in tanti che le cose che dico sono monotematiche e noiose. Sul pagellino hanno scritto “chiaccherona”, e allora ho smesso di discutere con chi ha piu’ di un vetro fra me e loro.

Nel frattempo nella mia testa si formano un sacco di domande senza risposta: Perche’ non avere voglia di fare qualcosa equivale automaticamente ad essere antipatici? E tu, chi sei comunque? Cosa vuoi da me? Ti rivedro’ mai? Devo per forza aver voglia di correre? Non possiamo fare altri giochi?

Un episodio che ne descrive mille altri.

Penso che molto di quello che mi rende socialmente inaccettabile si possa descrivere con un accorato, desolato anche volendo “Non mi interessa”. La verita’ sotto mille risposte che ho sempre dovuto dare a domande francamente stupide.

Non mi interessa. La bambina dell’esempio cresce un po’, varca la soglia della classe delle scuole medie.

Come ti vesti – Non mi interessa. Come sono vestita io stessa- non mi interessa. Parlare con gente che non conosco – Non mi interessa. Alcune materie francamente non mi interessano, e non c’e’ verso di farmele andare giu’.

I miei voti, non mi interessano, ritengo che siano una semplice valutazione di cose in cui vado bene e cose in cui vado male. Poi la decisione, eventualmente, di migliorare cio’ che va male o meno, spetta a me.

La tua opinione di mio coetaneo sui miei compiti o quaderni o qualsiasi cosa di mio – non mi interessa. Le celebrita’ – non mi interessano. Il mio peso – non mi interessa. I telefilm – non mi interessano. La musica, a parte alcuni rari casi – non mi interessa.

A un certo punto inizio a capire che c’e’ qualcosa che non gira per il verso giusto: Cosa mi interessa? Sto forse contribuendo ad allargare questo gap fra me e chi mi circonda, perche’ non ci provo nemmeno?

Cosi’ prendo e cerco di farmi una cultura su tutto quello su cui gli altri sono cosi’ entusiasti, quantomeno per poter fare un minimo di conversazione se fosse necessario.

Ma al di la’ di sviluppare qualche preferenza estetica, tutto questo non mi porta a niente. Posso garantirlo, niente. Anzi, forse peggiora le cose instillando un certo senso di fallimento ed ostilita’ verso i miei “aggressori” quando mi rendo conto che comunque il problema persiste.

La ragazzina cresce e inizia a dover andare al liceo. Sono tutti molto preoccupati, e’ una fase importante, e la sto vivendo in maniera evidentemente sballata, come non ci si risparmia neanche un secondo di farmi notare, ovviamente.

Non dico che ci sia del torto nella preoccupazione. Tutto sembra spingere verso il mondo del lavoro, ed io, non lo so. Non ci sono. Tutta la competitivita’ e tutta la ricerca di una soglia di perfezione estetica che mi circonda mi sembra semplicemente folle.

Sono io che sono folle?

Sono io che non faccio caso a un dente storto, a una maglietta sciupata, a un sorriso di circostanza, alle marche delle cose che hai addosso, all’odore della gente che ho intorno, a meno che non sia molto molto forte e sgradevole. Non faccio caso a niente tranne a quello che mi comunica una persona, quando me lo comunica, come me lo comunica. Quello che fa una persona, se mi riguarda, se riguarda qualcuno che non sia soltanto quella persona.

Non importa quanti ambienti io cambi, cercando di installarmi in quelli dove questo sia piu’ accettabile, resta comunque una stigma.

Puoi non interesarmi senza che questo sia offensivo. Magari semplicemente, non ci conosciamo. Per carattere, non sento la necessita’ di conoscerti. Non prenderla male se non voglio giocare con te.

Se non me ne sbatte un cazzo dei tuoi jeans. Se non trovo grave il fatto che ti sei macchiato il maglione. Se mi chiedi un parere sui tuoi occhiali, e non mi piacciono.

Non mi sento superiore a te. Io ho stima di te in quanto essere umano, e non voglio dirti cazzate. Ritengo offensivo dire cazzate quando mi chiedi un parere. Ritengo offensivo fingere interesse quando non c’e’, per essere “gentile”, per essere “socievole”.

Parlami, magari poi scopri che non sono cosi’ male. Magari troviamo qualcosa di cui parlare, magari diventiamo amici. A quel punto mi interesserai, e tanto anche. Ma anche tu, in fondo, hai diritto a fregartene di me, finche’ io non sono nulla per te. A me sta bene.

E allora perche’ mi attacchi? Che vuoi da me? Non voglio giocare a parlare delle tue ferie a un aperitivo. Non possiamo fare un altro gioco?

E se non parlo, allora non parlo. E se parlo, allora parlo troppo, di cose troppo personali.

Di che cosa esattamente dovrei parlare? Non voglio giocare a dare aria alla bocca. Ad essere “amici” senza sapere neanche troppo bene chi si e’ l’uno con l’altro, solo perche’ non si riesce ad andare da soli a fare questo o quello.

Questo e’ come sono fatta dentro, do importanza a poche cose, ma quelle cose hanno un’importanza enorme. Tutto il resto e’ una specie di vortice di niente che ogni tanto rischia di strapparmi via. Mai noia/sempre noia. Una montagna di perplessita’.

E’ con estremo fastidio che accolgo la necessita’ di spersonalizzare, anche solo un po’, di fare del buon “rpg da persona frequentabile”. Anche solo il pensiero di farlo mi causa un ENORME picco di stress. Ho sempre invidiato, e probabilmente invidiero’ sempre, chi riesce a fare tutto questo come se fosse niente.

Chi accoglie con gioia l’idea di imbellettarsi anche solo per andare a fare la spesa. Quando sei stanco, quando hai un sacco di lavoro, in quei momenti in cui non VUOI che NESSUNO abbia nessun cazzo di ruolo nella tua vita, men che meno quello di farti da giudice del popolo in ogni istante…

Dov’e’ il vostro disagio? Che poi, sono domande del cazzo, francamente. Il vostro disagio e’ dipinto in tutta la vostra cura. Con un minimo di cara vecchia arte dell’osservazione, ogni cosa che scegliete per fronteggiare questo casino parla di voi piu’ di quanto potrebbero farlo mille parole.

Spiega a tutti come attaccarvi. Per fortuna, nonostante abbiate sempre gli occhi addosso a tutti quanti, ben pochi di voi sono buoni osservatori. Per fortuna principalmente perche’ attaccare gli altri vi piace cosi’ tanto… Non ci riuscite proprio ad ignorarli, quando vi fanno male, ma anche quando non vi fanno un bel niente.

Dopo tutto quello sforzo per essere accettati, non sia mai che non si spargano petali dove camminate, in fondo. E qui voglio sedermi e concedere il pensiero: cazzo, sarebbe soltanto giusto.

E invece, ci si mangia le caviglie a vicenda come dei cani rognosi, di continuo. Ce n’e’ sempre una per tutti.

Ed e’ tutto… normale per voi. Giusto, anche.

Sono io che sono pazza. Una brutta, bruttissima persona. Antipatica!

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

Informazioni su Keishiro Yukikaze

Just your regular twisted egomaniac
Questa voce è stata pubblicata in No Category. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...