Ritrovare Marco

Oggi ho sognato che ritrovavo Marco. Per caso, a una festa di famiglia. Di Diego.

Wat?

Secondo me era una cosa simbolica da parte del mio cervello, e apprezzo, veramente, e’ abbastanza importante.

Solo che, sicuramente la curiosita’ di sapere che fine abbia fatto il mio tanto decantato storico fidanzatino dell’asilo di certo non passa. Non fosse stato il suo nome, fra l’altro, cosi’ dannatamente comune! Trovarlo solo con quello e’ impossibile. E il cognome chiuso in qualche recondito angolo del mio subconscio di certo non aiuta…

Girando volti nel folle tentativo di trovarlo fra le facce della mia eta’ circa di Milano, mi stavo rendendo conto di quanto inutile sarebbe tutto questo. Una volta che ho visto com’e’ diventato, che me ne cale?

E se e’ diventato un idiota? Non penso potrei sopportare l’idea che sia diventato un idiota. Eppure ho visto un sacco di menti brillanti, osservatrici, diventare un po’ discutibili (siamo buoni oggi dai) in pochi anni, figurati quando di anni per rovinarti ne hai una trentina.

Tutto e’ possibile, anche che ormai viva all’estero. Non e’ neanche tanto importante trovarlo di per se’, e’ curiosita’, e’ come volere una conferma o una smentita della sua ultima, troppo saggia teoria.

“Va tutto bene a dire la verita’. Anche tu, non devi essere triste. E’ vero, ci sono tante cose che facevo con te, e sarebbe bello farle ancora. Ma ci sono anche tante altre cose, sembra tutto cosi’ lontano. E poi se anche fossimo stati insieme a scuola, e piu’ avanti, forse ci saremmo stati antipatici, non lo sai mai, cambia tutto. Meglio cosi’, se ci pensi no?”  “Non credo sai? Avrei preferito restare qui.” “Ma non si puo’, e pazienza, succede, no?” “Succede, si”.

Le parole erano sicuramente diverse. Ma a me resta un interrogativo cosi’, nell’aria. Ci saremmo effettivamente stati sul cazzo a vicenda?

Secondo me no. Cosi’ come non sarebbe con altra gente che so bene essere fin troppo compatibile con me.

Ma le cose si stortano, le strade prendono svolte.

Succede.

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A costo di ripetermi…

… continuo a pensare, comunque, che io non volevo vivere in un mondo dove qualcosa come il fenomeno degli “influencer” esiste veramente.

O una cosa come “la prova costume”. Chi ha reso “la prova costume” una cosa che esiste? Era solo un pezzo di una B R U T T A pubblicita’!!!

Che cazzo state facendo?

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Nuovo

Mi serve qualcosa di nuovo, qualcosa che appaghi un giocoso, ma onestamente pigro desiderio di scoperta.

A volte basterebbe anche solo quella gita che non riusciamo a fare.

Altre volte mi domando cosa posso fare per appagare questa sete, un gioco, un film? Sono un po’ troppo stanca e malaticcia per mettermi a studiare con efficacia oggi.

E il resto mi sembra… inutile? Inutile nell’inutile, tutto cio’ che posso scapicollarmi a fare nei miei tempi e nella mia indole e’ cercare di terminare tutte le cose che noi lasciamo incomplete. Ma, a che pro?

Tutto gia’ visto e gia’ esaurito, tutto cio’ che e’ sociale in qualche modo si consumera’ in poco lasciandomi nel frattempo come bizzarro personaggio secondario. Non c’e’ un gioco che davvero mi attiri, non c’e’ un film che io stia morendo dalla voglia di vedere.

Non sono sicura ne valga la pena. Pensiero di quelli “cattivi”, ma sinceri. Non vale la pena di rincorrere cose che stanno rincorrendo altre cose, e il resto ha un’importanza relativa. Proprio per niente. E recenti avvenimenti non hanno fatto che dimostrarlo, in piu’ ambiti.

Credo abbia ragione Diego, mi servono amici che facciano meno cagare come amici.

Vorrei specificare che non sto parlando di Second Life, che proprio oggi ho deciso che avrei definitivamente lasciato di nuovo. Essere Kei la’ dentro e’ come essere un eterno rimasuglio di qualcosa di scomparso da tempo. Per un po’ e’ andata bene, per i miei amici, per il delirio fine a se stesso.

Ma mi rendo conto che non ce la fo piu’. Troppa mancanza di qualcosa di significativo, in tutto. Io ho bisogno di cose significative. E mi auguro che quel barlume di occasionale significato che resta, ma non posso neanche lasciar li’ ad aspettare settimane che io logghi, si lasci frequentare in altri modi.

D’altra parte la mancanza di un senso di “significativo” e’ qualcosa che mi assilla anche nella realta’. Sono diversi anni che e’ cosi’, da quando mi son saltati diversi capisaldi tenuti li’ proprio a farmi da capisaldo, anche se era evidente che tali non fossero.

“Una cosa profonda come quella!”, o forse, correggendo, una cosa profonda “come volevo fosse quella!”. Senso di fiducia, di condivisione, di importanza.

In contrasto con questa dannata sensazione di non condividere mai realmente niente con nessuno, che mi sta stressando da quando son nata, e ne ho le palle piene.

Non fossi raffreddata e dovessi farmela passare entro domani pomeriggio, forse uscirei. E’ uno di quegli stati d’animo in cui si esce, anche da soli. Magari domani, se sto meglio. D’altra parte ho delle commissioni da sbrigare.

E’ carino quel topino, prima o poi lo finiro’.

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E io come faccio a spiegarglielo?

Sono un po’ stufa di sentirmi addosso questa morsa, e so che e’ principalmente colpa mia, perche’ non mi so gestire troppo bene questo tipo di nonsense. Specialmente ultimamente, e non capisco se e’ per stress, stanchezza, o semplicemente perche’ piu’ va avanti il tempo piu’ i sentimenti, logici o illogici che siano, se vengono lasciati li’ a fare in culo in un angoletto, spingono per essere considerati.

Ma per me non ha senso, e mi immagino nel tentativo di spiegare a una persona fastidiosamente logica e distaccata come la sono stata io per tanti, tantissimi anni, che sto avendo una serie di reazioni fortissime completamente prive di senso.

So cosa mi risponderebbe, confuso, piu’ o meno, e per me avrebbe senza dubbio piu’ senso la sua risposta del mio esposto. Cosi’ come succede ogni volta che do un hint anche solo leggero del mio delirio interiore.

Capisco piu’ di ogni altra cosa l’abitudine alla solitudine, la necessita’ e l’importanza di uno spazio proprio, con le proprie cose, con i propri ambienti attorno, con i propri svaghi a portata, per dormire, per le ore prima del sonno. Il ragionamento che dove abiti, dormi.

D’altra parte io sono quella che dormiva meglio con i letti separati, e voleva stare il meno possibile in ambienti dove non c’era il suo pc. Che e’ stata, serenamente e senza troppi drammi, in relazioni con persone che vedeva una volta al mese, grattandosi la nuca quando le sue amiche facevano storie perche’ non vedevano il tipo da una settimana… Capiamoci.

E non fatico a credere che davanti a una mezza lamentela scherzosa come le mie, io stessa reagirei rispondendo qualcosa come “ma abbiamo passato insieme tutta la giornata! Che c’e’ da lamentarsi?”

Sarei e sono sicuramente la prima a dire che un giorno o l’altro non fa una grossa differenza, un paio d’ore in piu’ o in meno, nemmeno.

E allora perche’ non sembra cosi’? Perche’ c’e’ tutta questa differenza, e perche’ non riesco a razionalizzarla via una volta per tutte?

Questo mese ho avuto cinque giorni liberi, piu’ o meno distanti l’uno dall’altro. Per discorsi gia’ affrontati, non pensavo di passarli tutti in sua compagnia, ma, la prima idea, l’istinto, sarebbe stato di approfittarne per pigliare e andare a fare qualcosa insieme, stare insieme qualche giorno.

Una volta, ingenuamente, ha pensato che forse era meglio che io riposassi. Cosi’ anche se magari volevamo vederci entrambi, non mi ha detto un cazzo, io vedendo che non offriva l’ho dato per occupato, e ho passato questo giorno essenzialmente ad annoiarmi a morte e venir tirata di qua e di la’ da chi si e’ accorto che non avevo niente da fare quel giorno, e probabilmente lui pure. Due geni del male.

Non paghi, si sposta un’uscita al giorno dopo, e poi per pioggia (c’e’ un sole che spacca i sassi) e per riposare (magari lui, il mio corpo ormai aveva registrato l’informazione “ci alziamo alle sette e andiamo a passare una bella giornatina” e si e’ rifiutato di cambiare programma), si sposta l’ora d’incontro e il luogo a “cose da decidere”, non si sa quando.

E due giorni e mezzo di ferie li ho passati essenzialmente ad essere… triste? Sballottata qua e la’ per socialita’ varie, ma essenzialmente triste.

Mo vediamo questi due che mi restano come vanno, ma non sono molto positiva.

Le chance sono che, siccome ci siamo visti una volta (sempre che succeda, e’ tutto ancora un bel forse), allora il giorno dopo sara’ no, e forse posso sperare nell’ultimo. Comunque vada tutto sara’ rigorosamente vissuto a singola giornata. E poi ognuno nel suo.

Non so veramente come cercare di spiegarglielo, e se sarebbe saggio riprovare a farlo, davvero. Spiegargli che ogni volta che potrebbe restare qui, ma non lo fa, magari lui e’ a casa sua e gli sembra tutto a posto e tutto normale, io mi addormento e mi sveglio in un letto matrimoniale mezzo vuoto che era pieno fino a poco fa. Cosi’ tanto fino a poco fa che ci sono ancora gli odori di poco fa.

Ma non c’e’ nessuno. E non e’ che non c’e’ nessuno perche’ non puo’ esserci nessuno, non c’e’ nessuno perche’ chi poteva esserci ha scelto liberamente, e lo sceglie ogni volta, di non essere li’.

Per togliermi di dosso la sensazione di tristezza che questo mi da, e dico di dosso perche’ si sente FISICAMENTE, devo fare come fanno i gattini appena nati, arrotolarmi nella coperta, abbracciare un cuscino, chiudere gli occhi e fare finta che non sia cosi’. Non mi sento per niente una persona sana di mente.

E’ come diceva Ilaria proprio ieri, stare con una persona e’ un conto, dormirci e’ un’altra cosa. Tutta un’altra cosa.

E, boh. Sto seriamente meditando di buttare nel cesso sto letto e prendermene uno singolo. L’unico problema, a parte l’ovvio fatto che questo non risolverebbe un cazzo, e’ che avrei uno spazio in fondo alla stanza cosi’ vuoto che ci posso ospitare il circolino dei bocciofili poi, e a me il vuoto da fastidio, se non si era capito.

E non ho intenzione di fargli pesare delle cose di questo genere addosso, perche’—  mi sembra chiaro che partono da me, ho qualcosa di storto io ultimamente, non e’ una responsabilita’ sua.

A volte mi pare proprio di essere un cane, cosi’ contento e pompato di fare cose e poi…

Ma perche’ adesso, perche’ in questo preciso istante della mia vita devo tenere al guinzaglio il mio lato cane?

Cos’e’, non c’e’ gia’ abbastanza roba da gestire?

Chissa’, forse vorrei soltanto un po’ di… sollievo?

Suona cosi’, come se fosse la risposta giusta. A volte c’e’ bisogno di staccare l’armatura. E forse per troppi anni, troppi troppi troppi e troppi, io non l’ho staccata.

Non so come comportarmi senza, non so cosa cazzo fare.

Cosi’ la rimetto, e’ cosi’ che va.

Io non la so spiegare, la me senza armatura. Neanche a me stessa.

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Respiriamo

La tossicita’ mi da un fastidio enorme. Mi ricorda la vita dalla quale sono scappata.

Pero’ non devo fare l’errore di scaricare su altre persone il mio fastidio, e il mio senso di stanchezza, di delusione. E’ un mestiere che ad altri riesce fin troppo bene, e non porta mai nulla di buono.

Oggi si indossa un bel sorriso, e si va.

C’e’ tanto da affrontare, vorrei che non ci fosse niente da affrontare.

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Cosa allora?

Oggi saltero’ di palo in frasca. Perche’ non mi va di scaricare malumore e basta.

Pensavo al correre. A come, per me, debba avere un motivo valido per essere fatto senza che io non capisca perche’.

Il motivo valido puo’ essere, per altre persone, che gli piace, che le fa sentire bene, che le fa sentire libere. Non per me, tachicardica e decisamente troppo pesante.

Per me un buon motivo e’ “qualcosa mi sta inseguendo, e lo fa per uccidermi o farmi del male.”

Allora si corre. Si salta anche, se necessario.

 

Sono sempre stata in buona fede.

Qualsiasi cosa io dica, pensi e faccia, e’ sempre rivolta al bene, non al male delle persone che mi circondano, anche se dovesse essere spiacevole. Nel mio essere musona, nel mio battere tasti dolenti, nel mio notare dettagli, nel mio farmi domande.

Sempre, e sempre sempre sempre in buona fede.

Questo, io mi illudo che si capisca. Mi… causa una forma di disturbo abbastanza marcata il non essere compresa ancora a 35 anni, per giunta per forza di cose da persone che mi conoscono da annate a due cifre, perche’ non ne frequento altre, non abbastanza da generare queste situazioni.

Ma questa forma di disturbo io riconosco che e’ cosi’ marcata perche’ sa di sconfitte del passato. Credo sia cosi’ per tutte le forme di disturbo di tutti quanti. Ci carichi su frustrazioni che non hanno a che fare con la situazione. Dipingi di nero porte che sono male che vada rosse, se non addirittura rosa pastello coi fiori.

Penso che sia cio’ che sta succedendo anche nelle casistiche recenti, dall’altro lato della barricata. Penso che certi irrisolti vengano triggerati dalle cazzate piu’ insulse.

Penso che certi irrisolti possano rovinare la vita alle persone, prenderle per mano e portarle in un universo troppo buio per essere reale.

Penso che questo mi preoccupi molto piu’ di quanto mi preoccupa quello che si pensa di me. Anche perche’ quello che si pensa di me, non mi preoccupa. Ho imparato a non preoccuparmene troppo, o non sarei sopravvissuta alla mia vita, specialmente nelle prime parti.

Altrimenti sarei dentro quello stesso nero d’ansia e frustrazione. Sarei un generatore malevolo di incomprensione iperdifensivo. Difenderei me stessa dalla possibilita’ di essere tranquilla e serena con gli altri.

Non sia mai.

 

Pensavo.

Al genio trolleggiante del mio compagno. Al genio serioso, inquietante del mio compagno. Al genio attento, delicato del mio compagno. Al genio tagliente, schietto del mio compagno.

Pensavo.

Vorrei avere la possibilita’ di donargli il mondo sullo zerbino, cosi’, basta uscire di casa per entrarci, per averlo a disposizione. Forse in molti fra i suoi affetti la pensano cosi’.

Non mi sento particolarmente triste perche’ non ho la possibilita’ di farlo, comunque. Sono sicura che lui sappia prenderselo, in caso di necessita’, questo mondo.

Magari in maniera goffa e sgangherata come me. Magari meglio.

Sono sicura che non sia un granche’ di dono. Che lo sentirei fare osservazioni su questo e quello, e reagirei con scherzoso scorno. Sono sicura che non sia molto semplice rendere felici persone come me. Sono sicura che sia compito nostro rendere felici noi stessi, non l’un l’altro… ma finche’ l’istinto di fare del bene, di essere utili, di condividere anche cacchiatine come un te’, una fettina di torta-macigno, un ramen, un viaggettino, un sonnellino continuera’ a sussistere, allora potremo bearci anche del caldino non troppo intrusivo del nostro affetto.

Pensavo.

A quanto di frequente io ancora, dopo cosi’ tanti anni, pensi a lui.

 

Basta cosi’.

Fa caldo, e penso di aver centrato il punto. A un certo punto ho sentito come un palloncino svuotarsi dentro di me. So cosa mi premeva, e anche se non nella maniera che vorrei, l’ho sfogato.

Domani sara’ giornata piena. Dovro’ andare a cercare altri vestiti.

Io detesto cercare vestiti, e l’ho francamente sempre detestato. Non perche’ non ce ne siano di decenti della mia taglia, anche se aiuta a non renderlo piacevole.

Proprio non mi piace cambiarmi nei camerini. Non mi piace stare a fare considerazioni su un capo di abbigliamento per capire se sarebbe ridicolo con le altre cose che possiedo, o di forma, o di colore o bla blah.

Mi deve coprire, deve essere comodo, non deve fare schifo. Eppure pare una roba complicata.

 

Si fa tardi. Cosa allora?

Niente.

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Beh…

… la vita scotta sotto il culo di chi ha la coda di paglia.

Nothing else to add.

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